8 marzo in bianco e nero: storia di un’imprenditrice che lotta per salvare la sua azienda

LODI – «Pensi che non mi ricordavo neppure che oggi è la Festa della donna: è da mesi che ogni mia risorsa e fatica è totalmente dedicata alla mia azienda, alla lotta che sto conducendo per non far saltare una piccola realtà industriale che però dà lavoro a poco meno di 10 lavoratori e lavoratrici e ha saputo arrivare nel 2007, prima della crisi, a un fatturato di 2.5 milioni di euro producendo imballaggi di cartone»:? è tormentata dal presente e assillata dal futuro, Maria Antonietta Vimercati, titolare della Innovapack di Merlino (Lodi), una piccola impresa specializzata nella progettazione e produzione di imballaggi in cartone per impieghi industriali. Ma non molla: «Stiamo provando a resistere, riducendo i costi e portando nuovi capitali. Nel 2011 è entrato un nuovo socio e abbiamo iniettato quasi 250mila euro. Abbiamo risanato l’indebitamento ereditato dalla precedente gestione ma questo non è sufficiente, soprattutto per le banche, a fronte di un continuo calo degli ordinativi». A differenza di altri scatolifici o produttori di imballaggi, la Innovapack è un’azienda con un forte know how progettuale: «In genere è il cliente a chiedere un determinato tipo di imballaggio, ad esempio per confezionare una lampada di design. In questo caso la capacità di intuire ed elaborare una soluzione è importante. Ciononostante, oggi quello che fa sempre la differenza è il prezzo. Ho visto imballaggi progettati e fabbricato da noi per grandi marchi, presi e dati a un altro fornitore perché li producesse a un prezzo più basso, magari per pochi centesimi a pezzo. Noi abbiamo lavorato quattro mesi per rispondere a quella richiesta, ma questo impegno oggi non ha più valore, è bravo chi fa il prezzo più basso, secondo l’ufficio acquisti di queste grandi imprese. Forse chi ha portato via l’ordine a me lavora lo stesso bene, ma quanto ci guadagnerà lavorando sottocosto? E la qualità sarà la stessa? Non credo. Ci sono delle logiche che vanno al di là delle strategie di un’azienda e questo stato di impotenza è destabilizzante». La crisi passa soprattutto attraverso le dinamiche a volte poco comprensibili della globalizzazione: «Tra il 2009 e il 2010 abbiamo lavorato per Ikea, che aveva bisogno di produrre grandi quantitativi di bancali di cartone per spedizioni destinate al Medio Oriente. Prima li fabbricavano in Romania, poi ci è arrivata questa richiesta e siamo stati in grado di soddisfarla, generando un grande volume di lavoro, quasi 800mila euro per 9 mesi. Stavamo addirittura decidendo di investire in un nuovo macchinario per garantire all’Ikea? un prodotto coerente con le loro richieste, ma all’improvviso, consegnato l’ultimo ordine, dall’oggi al domani il rapporto si è concluso.? La cosa incredibile è che non c’è in Italia un ufficio acquisti Ikea a cui rivolgersi, tutto è deciso in Svezia e non c’è modo di capire quali orientamenti seguano».? Così Maria Antonietta ha provato a ripartire entrando senza questo cliente importante nell’annus horribilis dell’economia italiana, il 2011, che ha chiuso con un fatturato a 1,2 milioni di euro, trovandosi costretta per la prima volta a licenziare due addetti. «Forse chi fa oggi la battaglia ideologica sull’articolo 18 non si rende conto che per un imprenditore lasciare a casa un lavoratore è come darsi una coltellata, perché poi quando il lavoro magari riprende si è in difficoltà e comunque si è persa una risorsa e una competenza importante. Sostenere tutti questi impegni sta diventando veramente difficile e sono preoccupata perché in questo momento nelle mie scelte imprenditoriali sono coinvolte altre persone e famiglie». Eppure la Innovapack ha un potenziale notevole, opera in un settore dove la diversificazione produttiva e la flessibilità operativa sono ancora requisiti indispensabili: «Quest’azienda continua a produrre reddito, tutto sommato. Ma non basta. La mia paura è legata alla fragilità del contesto in cui operiamo, dove basta un granello di sabbia per far inceppare tutto».

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