Capitali umani

Welfare all’avanguardia per i 1.500 addetti di Synlab Italia

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MONZA – Synlab Italia, il più importante gruppo di diagnostica integrata sul territorio nazionale, con 9 centri polidiagnostici, 12 poliambulatori, e oltre 170 punti prelievo presenti in sette regioni italiane, ha sottoscritto un nuovo contratto per i circa 1500 dipendenti, per il 70% donne con un’età media di 38 anni circa, che prevede misure a sostegno della famiglia, della salute e della formazione. Si tratta del primo contratto integrativo aziendale, in vigore dal 1° agosto fino al 31 luglio 2021 e valido per i dipendenti Synlab Italia (amministrativi, infermieri, tecnici di laboratorio, biologi, medici, addetti alla logistica, addetti all’accettazione) che lavorano in Liguria, Lombardia, Veneto, Toscana, Emilia Romagna, Lazio e Campania. «Abbiamo voluto un contratto integrativo aziendale che fosse uguale per tutti i dipendenti delle diverse realtà che compongono Synlab Italia, con maggiori benefit per la conciliazione famiglia-lavoro e per la crescita professionale, con l’obiettivo di rafforzare il rapporto con le persone che lavorano con noi e l’identità dell’azienda che, presente in Italia dal 2010, rappresenta oggi un punto di riferimento con 25 milioni di analisi di laboratorio e 1,2 milioni di prestazioni polidiagnostiche effettuate ogni anno», ha dichiarato Giovanni Gianolli, amministratore delegato di Synlab Italia. Il nuovo contratto prevede un contributo di 550 euro per la nascita di ogni figlio oltre a un buono di 85 euro per l’acquisto di servizi di baby sitting fino ai quattro anni di età dei bambini. Inoltre, rispetto a quanto previsto dai contratti collettivi nazionali, salgono da 5 a 8 i giorni all’anno di permesso retribuito per malattia dei figli dai 3 ai 12 anni di età. Un’altra novità è la possibilità di “donare” le ore di permesso non godute (Banca dei permessi solidali): un dipendente può cedere le ore di permesso, per finalità solidaristiche (ad esempio per gravi problemi di salute), di cui non ha usufruito a un collega che ha terminato le sue e ne ha ancora necessità. In questo caso l’azienda interviene raddoppiando le ore donate: in pratica se un dipendente per esempio dona 2 ore a un collega, l’azienda riconosce a quest’ultimo altre 2 ore. Synlab Italia nel nuovo contratto ha istituito anche una “banca ore” in cui i dipendenti possono scegliere di accreditare le ore di straordinario lavorate ogni mese e avere in cambio nei mesi successivi un numero uguale di ore di cui usufruire come ‘riposo compensativo’. In pratica i dipendenti possono scegliere se ricevere l’intero pagamento delle ore di straordinario, compreso il compenso aggiuntivo previsto per ogni ora di lavoro straordinario, oppure di convertire in tempo libero o riposo le ore di straordinario e ricevere in busta paga il solo compenso aggiuntivo. Sono previsti contributi di 2000 euro per i dipendenti che scelgono di iscriversi a un master universitario o a un corso di laurea: un tecnico di laboratorio, per esempio, può scegliere di iscriversi a un corso di laurea in biologia. Synlab lo sosterrà con 500 euro al momento dell’iscrizione e con 1500 al conseguimento del titolo di studio se il dipendente continuerà a lavorare per l’azienda durante gli studi. Nel nuovo contratto sono state inserite 5 ore di permesso retribuito all’anno per le visite mediche specialistiche, 1 check up gratuito all’anno per tutti i dipendenti e sconti per il dipendente, il coniuge e i parenti di primo grado sui servizi medici di Synlab.

Mercati africani più vicini con il Venture Lab di Altis

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MILANO – Mentre gli analisti socio-economici continuano a guardare all’Africa come al mercato del futuro, c’è chi si sta muovendo da tempo per favorirne uno sviluppo positivo anche nel presente. E’ la mission di E4Impact Foundation, la fondazione costituita da Altis, l’Alta Scuola Impresa e Società dell’Università Cattolica, che da una decina d’anni promuove un percorso formativo economico e manageriale rivolto agli aspiranti imprenditori di diversi Paesi africani, soprattutto dell’area centrale del Continente Nero. Il Global Mba in Impact Entrepreneurship, ideato e sviluppato da Altis, è offerto dalla fondazione e dall’Università Cattolica in sette Paesi africani, sempre in partnership con università locali: Kenya, Uganda, Etiopia, Ghana, Sierra Leone, Costa d’Avorio e Senegal. Nel prossimo anno accademico il programma sarà avviato anche in Gabon, Sudan e Zimbabwe. Frutto di questo intenso impegno formativo, finalizzato a creare legami stretti tra le imprese italiane e i nuovi imprenditori africani, è la Business Networking Week in Italy (http://e4impact.org/bnwi/), un programma di networking e di formazione imprenditoriale che E4Impact Foundation propone ai migliori imprenditori che hanno partecipato negli scorsi anni al Global MBA. Quest’anno la settimana, in programma a Milano dal 10 al 14 settembre, intende offrire agli imprenditori africani opportunità di networking con clienti, fornitori e potenziali partner, occasioni di visite aziendali e meeting con alcune eccellenze imprenditoriali italiane, momenti di incontro con potenziali investitori, sessioni di formazione con particolare attenzione ai temi di import/export e all’accesso ai mercati EU. Nel pomeriggio di martedì 11 settembre si terrà l’Italy-Africa Venture Lab, momento di incontro e networking tra attori del mondo finanziario e imprenditoriale italiano (investitori, start-up, pmi, incubatori, business services providers) interessati all’Africa e gli imprenditori africani, operanti in differenti settori: agricoltura, salute, energia, fin-tech, manifatturiero, educazione e formazione, information technology eccetera. I partecipanti avranno modo di accedere in anticipo al profilo degli imprenditori presenti e di esprimere le proprie preferenze per incontri one-to-one dedicati.

Grob acquisisce Dmg Meccanica per il know how sull’elettromobilità

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TORINO – Siglata l’acquisizione da parte del gigante tedesco Grob, leader nella fabbricazione di macchine utensili (5.600 dipendenti e revenue per 1,3 miliardi di euro nel 2016), dell’italiana Dmg Meccanica, azienda specializzata nella produzione di macchine e impianti per la fabbricazione di statori per motori elettrici, alternatori e generatori, al fine di intensificare il lavoro di ricerca e sviluppo nel settore dell’elettromobilità e proporsi così come un partner sempre più competente, soprattutto per l’industria automobilistica. Financial advisor dell’operazione: Translink Corporate Finance. «Il settore automotive sta vivendo una nuova rivoluzione industriale a livello globale», spiega Mauro Bussotti, partner Translink Strempel & Co. che ha seguito l’operazione. «La scommessa dei giganti europei, americani e orientali è quella di diventare, nei prossimi anni, sofisticati produttori anche di motori elettrici. Più bravi di giganti specializzati quali la Bosch tedesca, la Nidec giapponese, la Midea (Welling) cinese, che sarebbero i naturali e più attrezzati fornitori di motori elettrici per la trazione automobilistica. Ma la sfida non riguarda solo la competizione tra marchi storici per la supremazia sul mercato, riguarda soprattutto il barrare la strada a tante nuove Tesla che cercheranno di conquistare quote di mercato in tutte le fasce di questo settore industriale. Considerando che l’industria automobilistica, relativamente ai primi 18 gruppi, rappresenta un fatturato globale di circa 2.000 miliardi di dollari (in termine di vendite), si comprende quanto questa sfida sia strategica anche per l’economia dei relativi Paesi». La futura collaborazione si prefigura dunque come una situazione vincente per entrambe le aziende: Grob fa proprie nuove conoscenze nel campo dell’elettromobilità e Dmg Meccanica trova in Grob un partner solido dalla vocazione internazionale per la produzione in serie. Per il consolidamento di queste tecnologie nel settore dell’elettromobilità sono previsti ulteriori investimenti sia nella sede di Torino sia in quella di Mindelheim. Nel 2016 Dmg Meccanica, che conta quaranta dipendenti e nel suo portafoglio clienti annovera molti nomi importanti tra i produttori di motori elettrici e i fornitori dell’industria automobilistica, ha raggiunto un valore complessivo della produzione pari a 10 milioni di euro. I proprietari Mauro Marzolla e Marco Debilio resteranno con l’azienda, continuando a guidare Dmg Meccanica in qualità di amministratori delegati e mantenendo tutti i posti di lavoro nella sede italiana.

Rillosi: «In Extravega la flessibilità è al potere e crea eccellenza»

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PADERNO DUGNANO – La flessibilità? Per chi occupa una posizione manageriale di una famosa multinazionale, oppure è un giovane collaboratore di qualche millennial startup nel mondo del digitale, è certamente già dato per scontato, ma per i collaboratori di una azienda manifatturiera, non avere orari fissi di lavoro, è una cosa che fanno in poche, speciali aziende. Alla Extravega Architectural Fabrications di Paderno Dugnano, piccolo paese a nord di Milano, questa di “organizzarsi tra dipendenti” per il maggior bene comune è una storia che si crea giorno dopo giorno, fin dagli anni Novanta. «Il bene maggiore è il bene dell’azienda, ma è anche il bene di ogni singolo collaboratore, e il bene delle famiglie di questo micro-mondo che si chiama Extravega. E’ il maggior bene di tutti i clienti, che dal 1985, anno della fondazione, spingono da sempre questa azienda all’eccellenza. Ed ovviamente è anche il maggior bene di tutti i fornitori, che aiutano Extravega a migliorare le proprie performance e capacità, anno dopo anno», spiega il fondatore e amministratore Antonio Rillosi. Una trentina di dipendenti, di cui il 30 per cento sono donne, unica sede produttiva mondiale in Italia, con sedi commerciali all’estero, negli States, a Londra e in Australia, la Extravega produce al proprio interno il Made in Italy per gli architetti più esigenti e per i clienti più esclusivi: è un servizio ai progettisti di tutto il mondo, un laboratorio che lavora al proprio interno tutti i materiali: metalli, vetro, legno, marmo e materiali compositi. Materiali naturali, che diventano facciate, scale, arredi e pezzi d’arte. In Extravega si producono pezzi unici e parti importanti di progetti di design ed architettura, da installare in giro per il mondo. Potrebbe sembrare uno slogan, ma il lavoro che viene svolto è un mix di sapienza artigiana, auto-organizzazione che deriva dall’esperienza, engineering e progettazione all’avanguardia. E molta innovazione tecnologica. Alle quali si è aggiunta la voglia di innovare anche nell’ambito dell’organizzazione aziendale, e la mancanza di orari fissi per i dipendenti, che praticamente si autogestiscono, è uno dei tanti fatti inusuali che lo testimonia. «Ho iniziato lavorando nell’azienda di mio padre e questa cosa dell’orario fisso, del cartellino, della campanella che suona, come a scuola, mi ha sempre dato fastidio, è qualcosa che limita la persona. E le sue idee. Quando ho fatto il mio percorso ho voluto farlo diverso», racconta Rillosi, che aggiunge: «Non ci ha guidato certo il mero tornaconto personale: è partito tutto da quella idea che dietro al fatturato c’era di più, c’era qualche cosa di valore: le persone. Se lavori libero, se puoi esprimere le tue idee, lavori meglio e dai di più. E si costruisce un bel gruppo affiatato, dove gli obiettivi sono di tutti. E l’azienda va meglio». I sindacati? «Inesistenti, a cosa servirebbero? Avete mai provato a chiedere a un sindacalista di aiutarvi a risolvere un problema di momentanea indisponibilità economica? Oppure di accompagnarvi con una certa esperienza nella apertura del vostro mutuo della prima casa?». La flessibilità è negli orari e, quando serve, anche nelle mansioni: «Ognuno dei miei collaboratori sa fare benissimo più cose, e, alla bisogna, si sposta anche di ruolo, anche perché cambiano i prodotti. Si fanno oggetti diversi ogni volta, e le persone, così allenate al nuovo che avanza, ragionano con grande elasticità. E non si annoiano mai, imparando cose nuove, crescendo in esperienza. E in soddisfazioni personali». Non si timbra neppure il cartellino, ognuno segna le proprie ore e quelle si contano. «Ci sono anche dei problemi o qualche incomprensione, come in ogni gruppo di persone. È certo, però, che questo sistema funziona: oggi siamo una delle aziende leader e questo nostro modus operandi è una vittoria e non lo gettiamo via per qualche contrattempo per il nervosismo di una giornata». Molte aziende della new economy in California fanno così da sempre: «Quando ho creato Extravega ho voluto fare così: insieme ai miei ragazzi e ragazze abbiamo inventato un posto dove si vanno a fare delle cose, non “a lavorare”. Con passione e voglia di farle bene. Perché il cliente questo lo capisce, e vede la differenza fra noi e i nostri concorrenti». Un modello nuovo che si è fatto pratica, e incredibilmente funziona: «Certi sistemi “militareschi” spinti all’eccesso portano le aziende a chiudere. Invece con lo spirito creativo che c’è qui, tutti si sentono più liberi di inventare, di creare, di proporre idee. Questo sistema è il nostro: perché dobbiamo veramente combattere con le competenze. Con il saper fare di ognuno di noi. Per il bene di tutti noi, e del Made in Italy».

Gellify entra in Silicon Valley investendo nella startup Beaconforce

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BOLOGNA – Gellify, piattaforma di innovazione B2B in grado di connettere le start up software digital alle aziende tradizionali, annuncia l’ingresso nel proprio programma di gellificazione di Beaconforce, piattaforma che tramite l’ascolto e il feedback continuo tra dipendenti e manager permette di migliorare la loro motivazione intrinseca e quindi la produttività, la retention dei talenti e le performance dei team. Con la piattaforma SaaS, Beaconforce trasforma i feedback forniti dai dipendenti con una apposita app mobile in informazioni strutturate, attraverso algoritmi di intelligenza artificiale. La start up nasce nel 2016 a San Francisco ed è già un’azienda distribuita a livello globale con risorse negli Stati Uniti, in Italia, in India, in Canada e in UK. «L’ingresso di Beaconforce nel portafoglio di Gellify rappresenta il nostro primo importante investimento in una realtà della Silicon Valley ad alto potenziale di crescita – dichiara Fabio Nalucci, CEO e founder di GELLIFY – perché va incontro, sfruttando le analytics e l’intelligenza artificiale, a una delle più grandi criticità delle aziende di oggi, ovvero la gestione e il coinvolgimento delle risorse umane e dei talenti». «L’idea di Beaconforce nasce dai risultati di oltre vent’anni di studi scientifici e accademici – dichiara Luca Rosetti, Ceo di Beaconforce – che hanno dimostrato che le persone sono realmente motivate da una spinta interiore che le fa agire per propria gratificazione personale, perché sono immerse in un’attività coinvolgente e appagante. La forza della motivazione intrinseca e dell’efficacia di questi studi è evidente anche dal successo dei progetti Beaconforce, in tutto il mondo: nei primi due mesi dall’adozione da parte dell’azienda oltre il 70% dei dipendenti entra spontaneamente nel nostro circolo virtuoso di feedback». Beaconforce è uno strumento di ascolto e non di controllo e consiste nel ricevere quotidianamente da parte dei dipendenti due domande a risposta multipla a cui è possibile rispondere volontariamente e in maniera anonima. In questo modo la persona si sente parte integrante e attiva dell’organizzazione e fornisce al contempo dati ed informazioni, che vengono poi tradotti in raccomandazioni pratiche consigliate ai manager. Gellify opera tramite altre due business unit: Gellify Air, focalizzata sui programmi di innovazione delle aziende italiane, per creare un flusso di innovazione che congiunga imprenditori digitali ed imprenditori tradizionali con un verticale sull’Industria 4.0, e Gellify Investment, composta da un team di sei investitori, che si posiziona accanto ai principali venture capitalist italiani come capacità di investimento in start up.

  

Il Circolo delle Imprese “atterra” al Corefab, l’hub dell’innovazione

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CORMANO – La ripresa dopo l’estate avrà il colore della…meccanica: Corefab, centro lombardo per la ricerca e l’innovazione al servizio delle pmi, organizza il primo aperitivo di rete promosso dal Circolo delle Imprese, l’associazione culturale fondata tre anni fa da Alessandro Fiorentino e già attiva nel nord Italia con decine di incontri di business matching e networking per gli imprenditori. Martedì 19 settembre (inizio ore 18,30) saranno protagonisti imprenditori e professionisti attivi nel settore dell’industria e della filiera meccanica, che si confronteranno sul tema “Lo stile dell’innovazione” con testimonial come Mirco Gasparotto, presidente del Gruppo Arroweld, principale player nazionale nella distribuzione di attrezzature e utensili per l’industria (otto società, 100 milioni di euro di fatturato) e Claudio Aiolfi, direttore generale della Officine Aiolfi, eccellente azienda cremasca (60 dipendenti) specializzata nella produzione di componenti per l’automotive. L’evento sarà anche l’occasione per generare contatti e relazioni per lo sviluppo del business, secondo la mission del Circolo delle Imprese, focalizzata sull’aggregazione e la valorizzazione delle diverse attività aziendali e professionali. Per partecipare all’evento occorre registrarsi, accedendo al form di iscrizione gratuita (quota per aperitivo: 20 euro):

https://www.eventbrite.it/e/biglietti-il-circolo-delle-imprese-e-corefab-lo-stile-dellinnovazione-36540801521#tickets.

Welfare all’avanguardia con parco e frutta fresca per i dipendenti di Eolo

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BUSTO ARSIZIO – Un parco “aziendale” dove camminare o fermarsi a sorseggiare un tè, frutta fresca disponibile a ogni piano e docce per sciacquarsi e cambiarsi dopo un’oretta di jogging: non succede solo nelle company hi-tech della Silicon Valley, ma anche in provincia di Varese. Per la precisione in Eolo, azienda di telecomunicazioni con 300 dipendenti a Busto Arsizio. Alla base della filosofia aziendale, infatti, c’è l’attenzione per la salute e per l’ambiente. «Occuparsi di telecomunicazioni non vuol dire soltanto dedicarsi a tecnologia e innovazione: significa vivere a stretto contatto con il territorio e le persone, e imparare ad averne rispetto. A partire dai dipendenti dell’azienda che da sempre vivono in un’atmosfera green», commenta il Ceo di Eolo, Luca Spada. L’ultima iniziativa è la realizzazione di Eolo garden: un’area di 930 metri quadrati che sotto le fronde di querce, tigli, ginko e frassino ospita cinque aree relax e due grandi tavoli. Questo spazio è a disposizione di tutti i dipendenti ed è un luogo di aggregazione, collaborazione e riflessione. Anche il ristorante aziendale è curato nei minimi dettagli: il cuoco ogni giorno prepara nella cucina allestita in Eolo cibi pronti per essere consumati. Ma a disposizione dei dipendenti c’è anche una “area del fresco” dove ciascuno può prepararsi in autonomia una ricca insalata E il momento dei pasti diventa anche un’occasione per sviluppare la collaborazione: «Una volta al mese o in occasioni particolari viene organizzata una colazione a tema dove tutti si ritrovano per un momento di condivisione e di socializzazione, al di fuori della quotidianità e dell’ufficio. È un altro modo di fare rete», aggiunge Spada. Eolo è anche “sport friendly”. Molti dipendenti praticano la corsa in pausa pranzo. Per questo in azienda sono stati allestiti alcuni spogliatoi con docce per potersi preparare allo sport e cambiarsi per poi tornare al lavoro. Massima attenzione anche alla nutrizione. Cesti di frutta fresca e di stagione sono a disposizione dei dipendenti e i distributori automatici contengono anche prodotti biologici e salutari. A ogni piano è presente un distributore per l’acqua naturale, frizzante e calda. Ai dipendenti sono state regalate delle borracce e tazze per il tè personalizzate con il proprio nome, in modo da minimizzare gli sprechi di plastica e incentivare il riuso.  

Industria 4.0: Ungari Group lancia la sfida del miglioramento continuo

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CORMANO – «La vera sfida dell’Industria 4.0 è la possibilità, oggi a portata di mano, di cambiare in meglio i nostri modelli organizzativi e aumentare la nostra competitività attraverso le persone che lavorano con noi, con l’obiettivo di generare più valore a favore dei clienti»: così Marco Ungari, amministratore unico di Ungari Group, inquadra le finalità dell’evento organizzato a metà maggio presso la sede operativa del gruppo, che alla presenza di un parterre di grande rilevanza impreditoriale e istituzionale – Maurizio Mazzieri di Toyota Material Handling Italia, Emanuele Cesari di Toyota Academy, Stefano Valvason di API Milano, Massimo Levratto di Samsung, Paolo Barbateli di Rold e Michele Crivellaro di Centro Sistemi – e con la partecipazione di oltre 150 addetti ai lavori, ha messo a tema il modello del Toyota Way e gli strumenti del programma governativo Industria 4.0 come vera e propria sfida per le piccole e medie imprese.
«Questo incontro – prosegue Ungari – ci ha dato l’opportunità di approfondire la conoscenza del mondo Toyota e scoprire così i benefici derivanti dall’applicazione dei principi del Toyota Way e del TPS (Thinking People System) inteso come modello organizzativo». Per Ungari Group l’implementazione del TPS ha rappresentato una svolta significativa, «perché è un sistema di management che mette le persone al centro: il TPS permette ai membri di un team di incrementare la qualità ottimizzando costantemente i processi e eliminando inutili sprechi. In estrema sintesi, è l’applicazione del “buon senso” quotidiano a problematiche anche complesse». A cui ha fatto seguito l’implementazione di nuove metodiche gestionali e nuove tecnologie – davvero in linea con l’Industria 4.0! – per rendere più “smart” i processi aziendali.
Sul Toyota Way quale premessa “culturale” allo sviluppo dei concetti di fabbrica intelligente o smart factory è intervenuto Maurizio Mazzieri: «Se riteniamo che oggi il valore di un prodotto sia fatto dal cliente, che lo vuole sempre più customizzato, allora si può dire che il sistema Toyota come paradigma produttivo sia il più conveniente in questo scenario. Però in Toyota sappiamo anche perché da noi funziona e altrove no, se non raramente. Perché questo non è il TPS ma il Toyota Way, dove le due parole magiche sono monozukuri, cioè l’arte di saper fare le cose attraverso le persone, e hitozukuri, ovvero l’arte di saper formare le persone. Senza di questo non funzionerebbe la lean o la smart factory, e quindi non sarebbe possibile passare all’Industria 4.0». Concetti esplicitati da Emanuele Cesari, che con la Toyota Academy sta diffondendo formazione e consulenza sul modello Toyota presso le pmi italiane, e trasformati in case history di successo nell’esperienza condotta dalla Rold, azienda manifatturiera che produce componenti elettronici per l’industria, in collaborazione con Samsung, colosso mondiale dell’elettronica di consumo, i cui prodotti consumer sono stati utilizzati in modo innovativo da Rold per generare miglioramento continuo nell’organizzazione aziendale, sfruttare tutti i vantaggi degli investimenti attuati sulla produzione e aumentare in modo marcato il fatturato proprio a partire dall’inizio della crisi. Anche Centro Sistema, con il gestionale Itek, ha mostrato in che modo la tecnologia informatica resa “amichevole” possa ottimizzare flussi di informazioni tecniche e commerciali agevolando il lavoro dell’intero staff aziendale. Lo ha ribadito Stefano Valvason, confermando che questa svolta epocale è realmente a portata di mano, grazie anche alle agevolazioni fiscali comprese nel piano nazionale per l’Industria 4.0.

 

Non solo robot: per l’Industria 4.0 servono persone che pensano

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CORMANO – Industria 4.0? Il tema è di stringente attualità, al punto che Ungari Group e Toyota Academy vi dedicano una giornata di studio e dibattito: il prossimo 11 maggio, presso la sede dell’azienda milanese specializzata nella distribuzione e assistenza dei carrelli elevatori Toyota, si tiene l’evento “La sfida per le PMI 4.0 – Ungari, un’esperienza di successo. Il metodo Toyota genera valore aggiunto al cliente” (scarica il programma). Ospite d’eccezione Maurizio Mazzieri, Deputy Managing Director di Toyota Material Handling Italia, uno dei massimi esperti internazionali nell’ambito del Toyota Production System, del Toyota Way e del Lean Thinking & Manufacturing e della logistica, protagonista dell’intervista esclusiva che segue.

Chiariamoci subito le idee: cosa significa Industry 4.0?

«E’ una buzzword coniata da Siemens, ripresa nel 2009 dalla Merkel e inserita nel piano di sviluppo industriale tedesco del triennio 2009-11. Noi ne parliamo oggi come se fosse una grande novità, probabilmente scoperta grazie agli strumenti di incentivazione come ammortamento e superammortamento, ma in realtà è un concetto maturo, che riguarda l’evoluzione dei sistemi di produzione industriale. Industria 4.0 – o smart factory o fabbrica intelligente – è il quarto gradino di questa scala evolutiva, preceduto dal primo che è il vapore, ovvero Taylor e il taylorismo; dal secondo, cioè la catena di montaggio di Henry Ford e la mass production, affiancata dalla lean production, ovvero il Toyota System; e dal terzo, vale a dire l’avvento e la diffusione dell’information technology».

Quali sono i concetti base dell’Industria 4.0?

«Stiamo parlando di economia della conoscenza, quindi come sempre il valore risiede nel sapere e nelle idee. Il concetto innovativo è che la conoscenza può essere trasferita alle macchine, quindi ai sistemi di produzione, e che le macchine possono imparare autonomamente. Quindi la conoscenza, secondo queste teorie, può essere generata dalle macchine».

E su quali capisaldi si fonda?

«Primo: la robotica applicata a sistemi cognitivi, quindi i sistemi di produzione intelligenti: Secondo: il CPS, ovvero Cyber physical system, cioè l’integrazione tra reale e virtuale. Terzo: lo IoT, ovvero Industrial Internet of Things, e ancora parliamo di connessione e collaborazione. Quarto: Big Data Analytics, ovvero generazione di conoscenza dall’analisi di dati complessi. Quinto caposaldo: cooperazione tra uomo e robot nell’ecosistema industriale dotato di sistemi di produzione intelligenti, ovvero connettivi e collaborativi».

Ma la robotica “intelligente” non è una novità…

«Se parliamo di percezione di dati e segnali da parte di macchine, mediante sistemi sensoristici, era una funzione esistente già nel 1960.  Il problema attuale è di attaccarci le informazioni, cioè conoscenza, per generare intelligenza, sia essa umana che artificiale. Quindi, al di là delle ipotesi catastrofiche sulla perdita di otto milioni di posti di lavoro, io non sono molto preoccupato, perché vedo il robot come strumento collaborativo. Rispetto a 70 anni fa – quando il padre del Total Quality System, Taichi Ohno, poi ribattezzato TPS (Toyota System Production) dal fondatore di Toyota Kiichiro Toyoda, diceva che il lavoro dell’uomo si divide in due categorie: quello manuale, che può essere automatizzato, e quello oculare che non può essere automatizzato, semmai autonomizzato – oggi i robot vedono e possono individuare simboli e numeri ma non possono comprenderne la semantica e non sappiamo se e quando questo potrà mai accadere».

Come impattano questi capisaldi nell’ambito dell’industria italiana?

«Il problema è: chi ha recepito la questione dell’Industria 4.0? Perché io non conosco ne’ in Italia ne’ in Europa un’azienda che stia applicando tutti i capisaldi enunciati. Per qualcuno significa solo integrare manifatturiero e digitale. Attenzione però: si corre il rischio di digitalizzare gli sprechi. Se si introducono questi concetti evoluti nelle aziende così come le conosciamo oggi, rischiamo di avere un sacco di dati senza sapere come usarli. Dopo la crisi di Lehmann Brothers, il management è entrato in una spirale di “rifiuto della decisione”: siamo certi che disporre di tanti, troppi dati aiuti gli imprenditori a decidere? La verità è che non può esistere smart factory senza lean factory, altrimenti andremo a digitalizzare le inefficienze. Se per creare valore avvio determinate azioni senza eliminare gli sprechi – concetto di value stream mapping o mappatura del flusso di valore – alla fine avrò mille sensori che mi diranno in modo cibernetico che ho ancora poco valore e tanti sprechi. Potrò arrivare all’Industria 4.0 se prima riuscirò a identificare che cos’è il valore, se avrò alimentato la catena di creazione del valore anche attraverso la caccia agli sprechi, e soprattutto se avrò analizzato questo valore con gli occhi del cliente, principio che è alla base del Toyota Way. La cosa importante è che i creatori di questo valore saranno ancora gli uomini, perché i robot possiamo continuare a intenderli come strumenti di collaborazione e non sostitutivi dell’uomo».

Quindi il primo obiettivo è formare le persone?

«Una ricerca americana del 2007 ha rivelato che, da quando è uscito il libro “Toyota, la macchina che ha cambiato il mondo”, il 70% delle aziende manifatturiere Usa ha provato ad applicare il TPS e il 74% di queste non ci è riuscita, così come il 20% delle aziende giapponesi applica il TPS e l’80% no. C’è un’importante attività di conoscenza e formazione su cui concentrarsi, prima di introdurre nuovi paradigmi organizzativi o tecnologici. Se riteniamo che oggi il valore di un prodotto sia fatto dal cliente, che lo vuole sempre più customizzato, allora si può dire che il sistema Toyota come paradigma produttivo sia il più conveniente in questo scenario. Però in Toyota sappiamo anche perché da noi funziona e altrove no, se non raramente. Perché questo non è il TPS ma il Toyota Way, dove le due parole magiche sono monozukuri, cioè l’arte di saper fare le cose attraverso le persone, e hitozukuri, ovvero l’arte di saper formare le persone. Per noi, al centro del processo c’è sempre l’uomo: non ci sentiamo antitetici alla mass production, non siamo mai stati antitetici al taylorismo, abbiamo solo introdotto un nuovo paradigma produttivo sostenuto dal Toyota Way. Senza di questo non funzionerebbe la lean o la smart factory, e quindi non sarebbe possibile passare all’Industria 4.0. Lo ricordo ancora: per Toyota, Industria 4.0 è possibile solo with the human touch!».

Le piccole e medie imprese italiane possono applicare questo modello?

«Credo proprio di sì, a giudicare dalla crescita della Toyota Academy, la nostra business unit nata per erogare formazione e consulenza alle imprese di qualunque dimensione. Il motivo per cui training e consulting sono parti imprescindibili è legato al modo in cui intendiamo il principio giapponese del kaizen (ovvero “cambiamento per raggiungere la perfezione”, n.d.r.), che noi traduciamo in continuous improvement: a cosa serve introdurre in azienda un meraviglioso piano di efficientamento senza formare le persone che dovranno applicarlo?  Di fatto, penso che tra cent’anni Toyota sarà ricordata come azienda più per il change management che non per il paradigma produttivo».

Sì, ma Toyota ha un Edibta di 80 milioni di dollari al giorno. Come può calarsi il suo metodo in imprese di 50-100 addetti che fatturano mediamente dai 15 ai 50 milioni di euro all’anno?

«Sicuramente le pmi italiane possono applicarlo, forse più delle medio-grandi aziende francesi o tedesche, proprio se prendono come paragone la Toyota, che è nata piccolissima e ha avuto un’ascesa né rapida né ineluttabile, passando anche per momenti critici. Quando è stata fondata nei primi anni ’50, il Giappone era povero di risorse, proprio come l’Italia, con un’orografia come quella italiana che non facilitava la logistica. Sa perché è nata la lean production? Quando il figlio del fondatore chiese al padre di avviare una fabbrica di auto, il signor Toyoda gli impose di impiantarla in un capannone lungo non più di 300 metri, così che se l’azienda fosse fallita si poteva utilizzare per altre attività, vendere o affittare facilmente. Quindi la capacità di lavorare con poche risorse, di aguzzare l’ingegno, di partire da piccole imprese familiari, accomuna un colosso come Toyota – nato inizialmente come impresa di lavanderia e tessitura – a decine di migliaia di aziende italiane. Noi italiani siamo creativi come e forse più dei giapponesi, probabilmente abbiamo anche la stessa capacità di affrontare e risolvere i problemi; quello che un po’ ci manca è lo spirito di squadra, perché siamo individualisti, e la disponibilità a unire un po’ di sana disciplina al nostro fantastico buon senso».

Telefono Arancione, un anno ben speso a salvare imprenditori in crisi

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Oltre cinquanta casi gestiti, con il coinvolgimento di ex-imprenditori e professionisti: l’Associazione San Giuseppe Imprenditore ha presentato il bilancio di un anno di attività del Telefono Arancione e ha lanciato due progetti per una nuova cultura della buona imprenditorialità, avviando una campagna di crowdfunding sulla piattaforma Buonacausa.org e promuovendo la realizzazione del film “Cerchi di luce” 

ASTI – Dalle terre del Monferrato si alza forte il grido di orgoglio e fede delle centinaia di imprenditori che animano la vita dell’Associazione San Giuseppe Imprenditore, fondata e presieduta da Lorenzo Orsenigo, ex-imprenditore obbligato al concordato per tutelare i suoi 180 dipendenti: «Con il Telefono Arancione stiamo aiutando decine di titolari d’azienda ad affrontare il dramma della crisi e del fallimento, cercando di salvaguardare la loro dimensione umana e morale e possibilmente anche il patrimonio personale. E’ ora che anche le istituzioni, a cominciare dalla Chiesa cattolica, prendano in considerazione l’esperienza a volte, purtroppo, tragica di persone che hanno investito tutto nella loro attività imprenditoriale, in modo onesto e spesso coinvolgendo tutta la famiglia, e che si trovano a fare i conti con situazioni senza via di uscita, in solitudine e dimenticati da tutti».

Il bilancio del Telefono Arancione, servizio nazionale non profit di ascolto e aiuto agli imprenditori in crisi, avviato a giugno 2016 e gestito da ex-imprenditori e professionisti volontari supportati dagli operatori del call center specializzato di Phonetica, è stato presentato nell’ambito della Festa di San Giuseppe, organizzata dalla Congregazione degli Oblati di San Giuseppe Marello. Oltre duecento chiamate ricevute, una cinquantina di casi presi in carico e seguiti per risolvere le situazioni più critiche e individuare soluzioni tecniche in grado di tutelare le persone e aggregare ex-imprenditori per dar vita a nuove idee d’impresa.

Dall’attività del Telefono Arancione è nato un nuovo progetto, che sarà lanciato a Milano il prossimo 30 marzo presso il centro per l’innovazione industriale Corefab: l’Accademia di San Giuseppe. «Oggi il 23% dei leader di aziende familiari, che costituiscono la stragrande maggioranza delle imprese italiane, ha più di 70 anni e deve affrontare il tema della successione aziendale nei prossimi 5 anni», spiega Sandro Feole, commercialista e responsabile dello staff di professionisti volontari che gestiscono la fase tecnico-giuridica del Telefono Arancione. «L’Accademia nasce per la trasmissione di valori e metodi fondati su forme di buona imprenditoria, nonché per contribuire alla analisi, gestione e definizione del passaggio generazionale, al fine di dare nuova linfa a un’ampia parte del tessuto imprenditoriale italiano, promuovendo attività culturali e formative».

La seconda novità è il Premio San Giuseppe Imprenditore, che sarà assegnato nel 2018 e per la prima volta riconoscerà il merito sia dell’imprenditore sia dei suoi dipendenti e collaboratori, proprio per premiare tutti coloro che contribuiscono al successo di un’azienda. Dei criteri con cui saranno selezionate le imprese candidate al premio ha parlato il professor Oreste Bazzichi, docente di Filosofia sociale ed etica economica alla Pontificia Facoltà San Bonaventura Seraphicum di Roma e presidente della giuria, di cui fanno parte tra gli altri l’ex leader della Uil Giorgio Benvenuto, presidente della Fondazione Bruno Buozzi, e Adriano Tomba, segretario generale della Fondazione Cattolica Assicurazioni: «Cerchiamo imprese in cui coesistano almeno tre fattori di crescita e sviluppo in senso etico: un alto senso civico, che significa collaborazione e condivisione di valori tra le persone; rispetto dell’ambiente, iniziando da dove si vive e si lavora; responsabilità, ovvero essere “abile” a “rispondere” alle conseguenze delle proprie azioni».

Tra le attività promosse dall’associazione spicca quella culturale, come spiega Paolo Goglio, coordinatore dell’area di intervento psicologico del Telefono Arancione: «Abbiamo dato vita a una linea editoriale per pubblicare una serie di volumi già disponibili sia in formato cartaceo che elettronico, tra cui la nuova edizione del libro di Orsenigo “Rabbi. La Buona imprenditoria nei Vangeli”, sulle principali piattaforme internazionali tra cui Mondadori, Feltrinelli, IBS, Amazon. Inoltre stiamo completando la produzione del nostro primo film, “Cerchi di luce”, che sarà a breve distribuito nelle sale cinematografiche, con l’obiettivo di creare eventi di promozione dell’associazione».

Crisi aziendali: come salvare l’impresa prima che sia troppo tardi

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OLGIATE MOLGORA – «Quando i bilanci cominciano a scricchiolare e la situazione inizia a manifestare delle criticità, sia economiche sia finanziare, l’imprenditore si trova di fronte a un bivio: proseguire o fermarsi? In sostanza, prima che si entri nel tunnel della vera e propria crisi aziendale, c’è una fase in cui si possono adottare misure efficaci per salvaguardare l’azienda, tutelare i lavoratori e proteggere il patrimonio del datore di lavoro. Vogliamo dare agli imprenditori alcuni strumenti utili a “decifrare” la mappa della crisi e capire come muoversi»: così Sandro Feole, titolare dello Studio Feole Centrimpresa (039.9900934), presenta il seminario che si tiene mercoledì 22 marzo (inizio alle ore 17) presso la sede di Olgiate Molgora (Via al Lavatoio 1), nell’ambito del programma “Milano è qui”, sul tema “L’impresa oltre la crisi. Le procedure concorsuali: un’opportunità da considerare? Anticipare gli effetti negativi, valutare le attività preventive: una visione nuova dopo le esperienze di questi anni”, con interventi di Sandro Feole, Giovanna Rango (Foro di Milano), Niccolò Nisivoccia (Foro di Milano), Gaetano Laghi (Foro di Napoli) e coordinamento di Franco Lo Passo (Foro di Milano). L’idea del seminario nasce dall’esperienza di Feole come vicepresidente dell’Associazione San Giuseppe Imprenditore e responsabile “tecnico” del Telefono Arancione, il servizio di ascolto e aiuto per imprenditore in grave difficoltà. «Il Telefono Arancione è una ciambella di salvataggio data a chi sta per annegare», racconta Feole in un’intervista a Business People. Dietro al Telefono Arancione, partito nell’estate 2016 e che ha già registrato centinaia di telefonate, l’associazione sta cercando di creare una rete di professionisti a livello nazionale in grado di fornire servizi gratuiti di prima assistenza agli imprenditori in forte difficoltà. «E’ importante avviare percorsi di accompagnamento, la scelta dei professionisti che aiutano le imprese a chiudere l’attività o metterla al riparo è fondamentale. Al momento riusciamo a gestire una ventina di casi al mese, speriamo di allargare la rete di partner per aumentare il numero», conclude Feole.

Evento L’IMPRESA E’ QUI – 22 marzo Olgiate Molgora

L’innovazione è di casa e più accessibile al Corefab

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CORMANO – Fare innovazione significa sì realizzare qualcosa di nuovo, ma anche trovare modi nuovi per fare meglio quanto già consolidato. Affrontare problemi irrisolti, migliorare la qualità portandosi alla pari con le conoscenze nel proprio settore. Per farlo sono necessarie risorse finanziarie e umane che non sempre è facile raggiungere, ma che pure sono disponibili per le imprese. Se ne discuterà venerdì 10 marzo (dalle ore 14,00) in Corefab (via Po 77 a Cormano) con il Consorzio C2T e Find Your Doctor, specializzati nel supportare l’innovazione in impresa, rispondendo insieme al bisogno di prospettive dei ricercatori che oggi non trovano un futuro nelle università italiane. «Avremo la possibilità di presentare dal vivo case history del modello Find Your Doctor, con testimonianze di imprenditori che hanno creduto nel dialogo diretto ricerca-impresa per fare innovazione, anche con il coinvolgimento di associazioni di categoria territoriali», spiega Chiara Marelli, community manager di Corefab. Dopo l’introduzione a cura di Eva Ratti (Find Your Doctor), il programma dell’evento prevede la prima sessione sul tema “Strategie, criticità ed esperienze nell’innovazione del manifatturiero”, con testimonianze di Tiberio Roda (Trafilerie San Paolo), Angelo Belgeri (Airoldi & Belgeri), Emanuele Fratto (Noltec Europe), Stefania Grandi (NAM) e Fabio Massimo (Aesse.net); la seconda sessione sul tema “Come rendere accessibile e sostenibile l’innovazione per le pmi” con interventi di Mauro Gattinoni (ApiLecco), Gualtiero Cortellini (Consorzio C2T), Stefano Binda (CNA Milano), Davide Lecchi (Toyota Academy). La partecipazione è gratuita, previa registrazione al link https://www.eventbrite.com/e/corefab-linnovazione-e-accessibile-tickets-32289389433

San Pellegrino premia con il lavoro i neolaureati eccellenti

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MILANO – Gli ultimi dati Eurostat spiegano che l’Italia è al penultimo posto in Europa (peggio fa solo la Grecia) per occupazione dei suoi laureati a tre anni dalla conclusione della carriera di studi. Con lo scopo di sostenere i giovani e creare un ponte tra Università e Aziende, il Gruppo Sanpellegrino ha assegnato il 3° Premio Sanpellegrino Campus e promosso un dibattito sul tema “Giovani e Lavoro: quale sistema tra università e aziende per favorire l’occupazione e valorizzare il Made in Italy”. «Da anni abbiamo intrapreso un percorso di avvicinamento e ascolto dei giovani. Crediamo che recuperare il gap esistente con gli altri Paesi sia necessario non solo per il futuro dei nostri laureati, ma anche per dare una prospettiva al sistema economico italiano e all’industria Made in Italy attraverso idee e visioni innovative. Per questo ci impegniamo a dare loro centralità fungendo da facilitatori tra il mondo accademico e quello delle imprese», ha dichiarato Stefano Agostini, presidente e amministratore delegato del Gruppo Sanpellegrino. Tra gli interventi che hanno animato l’incontro quelli di Angelo Miglietta, pro-Rettore dello Iulm, Camilla Lunelli, Communication Director di Cantine Ferrari, Enrico Moretti Polegato, presidente di Diadora, e Andrea Saviane, Country Manager di Bla Bla Car Italia. Una ricerca promossa dal Gruppo Sanpellegrino sul tema ha fatto anche luce sul punto di vista dei giovani. Poca esperienza maturata (26%), scarsa propensione delle aziende ad assumere (19,5%), settori di interesse saturi (17%) sono alcune delle difficoltà individuate da laureati e studenti nel trovare un’occupazione e per il 46,5% di loro nemmeno l’università prepara adeguatamente ad entrare nel mondo del lavoro. In effetti, stando alle ultime statistiche Eurostat, poco più di un laureato su due (il 52,9% del totale) risulta occupato entro tre anni dal conseguimento del diploma, si tratta del dato peggiore dell’Unione europea dopo la Grecia. Ridurre questo gap e valorizzare i giovani significa, per il 44% dei laureati e studenti coinvolti nella ricerca, dare anche un’opportunità per sostenere il Made in Italy e impiegare energie nuove per l’intero Paese. Nell’ambito del convegno è stato assegnato anche il terzo Premio Sanpellegrino Campus, tre borse di studio del valore di 1.500 euro e 3 stage alle migliori tesi in categorie chiave per il sistema economico italiano, ovvero “Acqua e Benessere”, “Sostenibilità Ambientale ed Economica”, “Made in Italy”. A ricevere il riconoscimento sono stati nell’ordine Francesco Azzola, 25enne di Clusone (BG); Pietro Richelli, 26enne di Verona; Giorgio Tinacci, 25enne di Montespertoli (FI).

Ponti: «Il successo di un’azienda si fonda su etica e qualità»

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GHEMME – «Se cinquant’anni fa non avessimo deciso che dovevamo produrre aceto in modo genuino, senza ricorrere come la maggior parte degli acetifici all’impiego fraudolento di acidi acetici sintetici, oggi la Aceto Ponti non esisterebbe»: se lo dice Cesare Ponti, presidente dell’azienda piemontese che, fondata nel 1867 a Ghemme, oggi domina il mercato nazionale dell’aceto con un fatturato di 115 milioni di euro esportando un quinto della produzione in tutta Europa, c’è da credergli. «Abbiamo sempre pensato che le regole dovessero nascere dal basso, basandosi cioè su una autoregolamentazione consapevole dei problemi tecnici e organizzativi del mercato in cui si opera. Già negli anni ‘60 avevamo proposto al governo un sistema di controllo della qualità. Poi, in modo provvidenziale, abbiamo scoperto e applicato una metodologia scientifica basata sull’analisi al carbonio C14, che rileva la presenza di aceto sintetico. Da lì è iniziato il nostro vero salto competitivo». A fronte di un mercato assai concorrenziale, la Aceto Ponti ha avviato una strategia commerciale basata sulla qualità dei prodotti e una crescita aziendale fatta di aggregazioni e incorporazioni di altri piccoli produttori, compresi gli acetifici di prodotti igp come il balsamico. Oggi opera con cinque stabilimenti (a Ghemme, Treviso, Vignola, Paesana e Anagni), una produzione annua di quasi 100 milioni di bottiglie e un’occupazione di 200 addetti, sia sul mercato degli aceti sia in quello delle conserve con il brand Peperlizia e del biologico con il marchio Achillea. Ma come si conduce una realtà di queste dimensioni rispondendo all’appello di Papa Francesco per un’attività economica in senso evangelico, cioè al servizio della persona e del bene comune? Per Ponti i principi sono l’etica dei comportamenti e il rispetto delle leggi, che possono nascere anche da un’esperienza di fede: «chi evade o viola le regole opera sul mercato in modo sleale. Chi conduce la propria azienda nel rispetto delle norme e della trasparenza vive in modo costruttivo e utile anche il rapporto con la collettività. Da un punto di vista cattolico c’è un impegno morale che va oltre l’aspetto etico, nel senso che l’imprenditore gestisce l’azienda come un bene ancor più integrato alla comunità, perché è preoccupato del destino delle persone e della solidità nel tempo dell’opera economica che ha costruito». Le cosiddette risorse umane sono il valore aggiunto: «Conosciamo bene tutti i nostri dipendenti, in qualche caso abbiamo condiviso l’infanzia e la gioventù con qualcuno di loro. Ciò ha favorito la crescita della nostra azienda, che si è sempre considerata l’espressione positiva di una comunità e di un territorio, oltre che della nostra famiglia». Indubbiamente la pedagogia cristiana è una guida: «Non si tratta di paternalismo ma di attenzione educativa alla persona. Quando ho cominciato a occuparmi della gestione dell’azienda, insieme a mio fratello Franco, facevo fatica a richiamare i dipendenti che non lavoravano bene. Poi mi sono reso conto che invece di favorirne la crescita, rischiavo di penalizzarli. Negli anni difficili, ho invitato i dipendenti a rispettare sia il sindacato, perché è loro diritto essere tutelati, sia l’azienda e la nostra famiglia, applicando quello che definisco un sano realismo cattolico. Nei contratti di lavoro aziendale abbiamo previsto premi di produzione vincolati alla formazione delle persone, in base a un accordo con il sindacato raccontato anche dal professor Mario Deaglio in un suo saggio». Oggi la Aceto Ponti vede già coinvolta la quarta generazione, sempre mantenendo fede, è il caso di dirlo, ai valori fondativi: «Chi ha fede non è agevolato od ostacolato nella gestione di un’azienda, ma di certo ha uno spirito di competitività più durevole nel tempo: anche se messo sotto prova, l’imprenditore cattolico crede fortemente nella soluzione e nella ripresa perché ha una speranza che va oltre il limite del contingente. Il punto di debolezza di chi fa impresa è l’eccessiva sicurezza in se stessi, che può sfociare nel delirio di onnipotenza: è un problema antropologico e si chiama peccato originale. Per grazia, i cattolici hanno dei punti di richiamo e qualche arma in più per difendersi da questo rischio».

Ideascudo lancia il tessuto che protegge dai campi elettromagnetici

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Siamo tutti “immersi” in un elettrosmog permanente, causato dall’utilizzo continuativo di apparecchi elettronici come computer, smartphone, sistemi wireless. E’ da questa consapevolezza che è nato e si sta sviluppando uno dei settori più promettenti dell’industria tessile italiana: quello dei tessuti tecnici protettivi, con funzione di schermatura dai campi elettromagnetici. Pioniere in questa attività è Paolo Inzaghi, titolare del gruppo Creamoda e primo produttore in Italia di tessuti schermanti. «Frutto di anni di ricerche e investimenti in brevetti, la nostra attività riguarda l’ideazione e la realizzazione di materiali tessili che schermano l’inquinamento elettromagnetico: abbigliamento, tendaggi, articoli per l’edilizia, materiali utilizzabili anche in serre e allevamenti, al fine di proteggere dall’elettrosmog tutti gli organismi viventi». La storia racconta che Inzaghi fonda la sua azienda nel 1993, con il preciso scopo di sviluppare brevetti relativi a materiali tessili innovativi, in grado di abbattere il rischio per la salute dovuto al crescente impiego di fonti elettromagnetiche. Nel 1998 l’imprenditore raggiunge un accordo con una società produttrice di filati per l’utilizzo, la produzione e la commercializzazione del tessuto schermante dalle onde elettromagnetiche. «Da questo accordo sono scaturiti diversi brevetti, tra cui uno relativo a tessuti schermanti in genere e un altro per la realizzazione di pannelli vetrati. Di fatto, siamo l’unica società operante in Italia, tramite il brand Ideascudo, a disporre in esclusiva del materiale tessile ad azione schermante”. Che ha trovato subito molteplici impieghi pratici, per tre linee di tessuto: a rete per uso edilizio, in poliestere per tende e in cotone per abbiglia
mento. Ma come funziona un tessuto schermante? «Il cuore del prodotto è un filo metallico, prodotto utilizzando diversi composti minerali: il filo viene poi intessuto all’interno del materiale tessile che si desidera schermare, realizzando così una trama che riproduce una sorta di gabbia di Faraday. Dopodiché, il materiale finito può avere diversi utilizzi». Parallelamente all’attività di ricerca dei vari prodotti che compongono l’attu
ale gamma di tessuti schermanti, Creamoda ha infatti avviato anche la commercializzazione di prodotti finiti, rivolti sia a privati sia ad aziende: dalla linea di custodie per telefoni cellulari alle camicie per uomo e donna, dai camici di tipo ospedaliero per medici e radiologi alle tute da lavoro e alle stuoie per letti. Fino agli interventi più complessi, come la schermatura di una centrale elettrica a Manfredonia, commissionata dal gruppo Marcegaglia, o la protezione di magazzini logistici di Cisalfa: «Grazie alla versatilità del prodotto, riusciamo a schermare anche edifici interi. Il settore edile è molto promettente: abbiamo sviluppato alcuni progetti con il Politecnico di Milano e collaboriamo con diversi enti certificatori e piattaforme di distribuzione di materiali edili, come Material Connection». Inzaghi non nasconde il forte interesse manifestato da altri Paesi, ma il suo obiettivo è far crescere in Italia un’industria di applicazioni che utilizzino il suo tessuto anti-elettrosmog.

Quelle imprese di successo che sanno coniugare etica e competitività

ASTI – «Bisognerebbe cambiare la Costituzione: l’Italia è una Repubblica fondata non sul lavoro ma su chi crea lavoro. La nostra associazione nasce per affermare il valore e il ruolo sociale degli imprenditori che, nonostante tutte le inefficienze del sistema Paese e la scarsa considerazione sociale di cui godono per colpa di pochi disonesti, continuano a creare lavoro, a mantenere il benessere sociale e a rendere sostenibile lo sviluppo economico». Lorenzo Orsenigo, presidente dell’ASGI – Associazione San Giuseppe Imprenditore, ha aperto con questo messaggio di rivendicazione l’evento che ad Asti ha avviato il tour nazionale di presentazione dell’associazione, fondata per diffondere e condividere i casi di buona imprenditorialità, anche alla luce di personali esperienze di fede, e aiutare con servizi e supporti dedicati gli imprenditori in grave difficoltà. La tavola rotonda sul tema “Creare lavoro unge l’imprenditore di dignità? ha visto alternarsi sul palco esperti e imprenditori. Oreste Bazzichi, sociologo della Pontificia facoltà teologica S. Bonaventura–Seraphicum di Roma, citando le encicliche Caritas in veritate e Laudato sì, ha sottolineato che già i filosofi e teologi francescani «seppero sincronizzare il pensiero con l’azione, la mistica con il lavoro, l’economia con la felicità, il bene con il ben-essere», ridando dignità alla produzione di ricchezza e all’uso del danaro se impiegato per generare nuovo lavoro. Altre significative testimonianze sono venute da imprenditori di successo,  come Renato Erminio Goria, presidente della Camera di commercio di Asti e titolare della Alplast Srl, leader nella produzione di impianti per l’imbottigliamento; Cesare Ponti, presidente della Ponti SpA, un’azienda da 115 milioni di euro di fatturato che ha saputo costruire rapporti di forte collaborazione con i lavoratori, creando anche progetti innovativi di formazione; Tiziano Fusar Poli, presidente della Latteria Soresina Scrl, espressione di un forte spirito cooperativistico e di legame con il territorio, che ha introdotto un meccanismo di rotazione delle esperienze di reparto che ha ridotto di oltre il 50% gli assenteismi per malattia; Giuseppe Meregalli, presidente del Gruppo Meregalli Srl, protagonista nella distribuzione del settore vini, che per cinque generazioni ha conservato la validità dei principi etici nella gestione dell’azienda, giunta ai 50 milioni di euro di ricavi e ancora legata a stretti rapporti fiduciari con fornitori e clienti; Antonio Rillosi, presidente di Extravega Srl, giovane realtà che dall’hinterland milanese si è affermata nel mondo del design a livello mondiale con sedi a New Yourk e Sidney e che sta sviluppando un progetto di joint venture profi-nonprofit in Cambogia. Nel corso dell’evento è stato presentato il Telefono Arancione, primo servizio di aiuto gestito da ex-imprenditori, al quale imprenditori alle prese con situazioni personali difficili o di grave rischio per l’azienda possono rivolgersi in forma totalmente anonima, trovando ascolto, consigli e il supporto gratuito di professionisti che analizzano la situazione e suggeriscono soluzioni fattibili, prima di gravi coinvolgimenti familiari o tragiche  decisioni  personali. Il Telefono Arancione è al momento attivo in via sperimentale con una linea telefonica e un’email dedicata (3371654811 – sgimprenditore@gmail.com). Lo sviluppo del progetto prevede l’articolazione di una rete di professionisti selezionati sul territorio, già attivi e disponibili nelle provincie di Torino, Milano, Monza e Brianza, Brescia, Como, Lecco, Verona, Roma, Napoli, Bari e Ragusa. «L’ASGI – ha proseguito Orsenigo – si avvia a sviluppare la propria missione coinvolgendo tutti gli imprenditori – agricoltori, artigiani, artisti, commercianti, professionisti e industriali – cercando di stimolare e sostenere lo spirito etico nel fare impresa e nel generare e mantenere posti di lavoro. Vogliamo creare eventi, diffondere con tutti i mezzi possibili la cultura del fare impresa con etica, anche ispirandosi ai principi del Vangelo; vogliamo sviluppare rapporti per diffondere e rafforzare le buone pratiche. Vogliamo raccontare di come alcuni imprenditori reinvestono il danaro nel rispetto della redistribuzione dei benefici e nella solidità lungimirante dell’impresa».

Dalla fabbrica alla Scuola del falegname per valorizzare mezzo secolo di successi

BERGAMO – Una storia lunga cinquant’anni, celebrata con l’avvio di un’iniziativa rivolta al futuro. Tino Sana, storico patron dell’omonima azienda bergamasca, famosa nel mondo per la realizzazione di arredi per alberghi, navi da crociera e complessi comunitari di grande prestigio, ha festeggiato così il primo cinquantenario della sua attività inaugurando direttamente in azienda la Scuola del Falegname: un intero edificio dal valore di un milione e 200mila euro realizzato ad Almenno San Bartolomeo e dedicato alla conoscenza dell’arte della falegnameria, con corsi avanzati per giovani che intendono qualificarsi come operatori del legno e dell’arredo. Un centro di formazione che – nato per la prima volta nel 2006 per volere della Fondazione Museo del Falegname Tino Sana e dell’Azienda bergamasca formazione – ha già visto diplomarsi un centinaio di ragazzi e che conquista ora nuovi spazi utili a soddisfare la richiesta crescente di iscrizioni e a favorire il collegamento sempre più diretto tra scuola e lavoro. «È importante che i ragazzi ricomincino a credere nelle professioni artigiane», ha commentato Tino Sana al taglio del nastro, ricordando la sua esperienza: «Un giorno mia madre mi chiese cosa volessi fare e io non avevo dubbi: volevo fare il falegname. Il mio sogno era costruire un monopattino e una cuccia per il cane. Certamente quei due oggetti rappresentavano quello che avrei voluto nella vita: viaggiare e avere un focolare unito. Oggi posso dire di esserci riuscito: la festa dei 50 anni di attività, il museo e ora anche la scuola sono il ringraziamento per quanto mi ha dato il lavoro». Sana, classe 1936, orfano di padre, imparò il mestiere “a bottega” fin da giovanissimo e, non senza difficoltà, fondò nel 1965 la Tino Sana Srl, impresa oggi famosa in tutto il mondo che impiega 160 persone in un’area produttiva di 60.000 metri quadrati, con un fatturato di 33 milioni di euro, realizzato per il 70% su commesse estere. Sue sono alcune delle opere più importanti al mondo: l’Università di Tripoli in Libia, con 50mila metri quadrati di pannelli in legno, 2.200 porte e 3.200 armadi, i Jolly Hotel, l’Excelsior Gallia a Milano, il Gritti Palace a Venezia, e molti altri ancora. Senza contare il mercato navale: il primo impegno fu per la Crown Odissey a cui seguirono la Carnival Destiny per Fincantieri, nave dei record che rivoluzionò il sistema crocieristico, la Voyager of the Seas per Royal Caribbean, prima nave varata in Finlandia, la Oasis of the Seas per Royal Caribbean Cruises, a oggi la nave più grande al mondo, per citarne solo alcune. Ultima sfida è la Scuola del Falegname, prosecuzione e ampliamento del corso di operatore del legno che già conta ogni anno un centinaio di iscritti, prevalentemente maschi, fra i quattordici e i diciotto anni, frequentanti dalla prima alla quarta annualità. Un percorso che coinvolge una ventina fra dipendenti e collaboratori di ABF e che consente a ogni ragazzo, durante il quarto e ultimo anno di scuola, di scegliere la propria specializzazione, partecipando a seminari verticali dedicati ai singoli segmenti. I diplomati alla Scuola del Falegname, infatti, non sono semplici apprendisti ma futuri operatori specializzati, oltre che nelle lavorazioni tradizionali, anche nell’utilizzo di  centri di lavoro, macchine a controllo numerico, sistemi robotizzati di verniciatura.

Tra profit e non profit si sta aprendo il mercato del social procurement

MILANO – Quasi 9 aziende profit su 10 (l’88,1%) si dichiarano disponibili a valutare offerte di prodotti e servizi di cooperative e imprese sociali. Ma solo il 27,5% ha già attivato rapporti di fornitura, clientela o partnership. C’è dunque un grande spazio di crescita in Italia per l’economia sociale attraverso il social procurement, termine ancora poco utilizzato nel nostro Paese con cui si indicano i rapporti di fornitura avviati da imprese profit con realtà del Terzo settore. A rilevarlo è la prima indagine in Italia sul social procurement, che Right Hub e Isnet hanno presentato all’evento “Profit e non profit uniti dal social procurement”, davanti a oltre 150 imprenditori. Alla tavola rotonda moderata da Elio Silva (Il Sole 24 Ore) sono intervenuti Ombretta Di Marco (Csr & local industry relations manager di AirPlus International), Giuseppe Guerini (portavoce dell’Alleanza cooperative sociali), Valerio Di Bussolo (Direttore relazioni esterne di Ikea Italia), Laura Bongiovanni (presidente di Isnet) e Luca Guzzabocca (general manager di Right Hub). Tre gli obiettivi principali dell’indagine: scattare la prima fotografia del social procurement in Italia, in termini di diffusione e caratteristiche; analizzare la percezione delle aziende nei confronti delle imprese sociali e la loro disponibilità a valutarle come potenziali fornitori e partner; evidenziare le opportunità di business per le imprese sociali che investono nello sviluppo di competenze, efficienza e professionalità per superare le principali perplessità che le aziende hanno verso di loro. Fra le aziende è piuttosto scarso il livello di conoscenza delle imprese sociali: il 6,4% non le ha mai sentite nominare e più della metà (54%) ne ha una conoscenza solo superficiale. Solo il 27,5% delle aziende ha già rapporti commerciali con le imprese sociali (fornitura, clientela, partnership), mentre l’11% ha rapporti a titolo personale. Quasi 9 aziende su 10, però (l’88,1%), si dichiarano disponibili a valutare offerte di prodotti e servizi delle imprese sociali. In particolare, sono le aziende che hanno già relazioni con le imprese sociali a dimostrare maggiore disponibilità ad intensificare il rapporto. Le categorie di servizi delle imprese sociali a cui le aziende dichiarano di essere più interessate sono: pulizia (60,4%), grafica, editoria e stampa, manutenzione (immobili, verde, impianti, 58,3%), che già ora sono i servizi più diffusi nelle forniture delle imprese sociali alle aziende. Seguono: regalistica e oggetti promozionali (51%), catering e banqueting (41,7%), raccolta e smaltimento rifiuti, piccola logistica e distribuzione (36,5%). Meno interesse c’è verso informatica e web (14,6%), abbigliamento (13,5%), servizi socio-sanitari per i dipendenti (10,4%). I principali criteri con cui le aziende valutano le imprese sociali come potenziali fornitori sono: prezzo competitivo (54,2%), rapidità di risposta (tempo che intercorre tra richiesta e attivazione della fornitura, 44,8%), presenza sul territorio in cui si richiede l’attività (43,8%), contenuto di sostenibilità sociale dei prodotti/servizi offerti (40,6%). Meno importanti sono invece considerati: innovazione (25%), esperienza pluriennale (24%), precedenti esperienze con aziende omologhe (12,5%). Dalle aziende che non hanno in essere rapporti con le imprese sociali sono invece emerse le principali perplessità ad avviare tali rapporti. I più frequenti motivi di ostacolo all’avvio di un rapporto di fornitura tra profit e non profit sono: inadeguatezza a rispondere alle specifiche di fornitura (36,7%), qualità non adeguata (35,4%), prodotti/servizi non utili all’azienda (27,8%). Inoltre, c’è che ritiene un ostacolo il fatto che le imprese sociali realizzino più valore sociale che economico (19%) e chi ritiene che esse vadano bene solo per partnership sulla responsabilità sociale (15,2%). «Emerge chiaramente dall’indagine – dichiara il fondatore e general manager di Right Hub, Luca Guzzabocca – che esiste un forte e concreto interesse delle imprese profit nel considerare la fornitura dalle imprese sociali non in modo casuale ma strutturale, e al pari di qualsiasi altro fornitore “tradizionale”». Alla luce dei risultati, l’indagine suggerisce un “piano d’azione” per le imprese sociali interessate a intensificare i loro rapporti commerciali con le aziende profit attraverso un incontro di approfondimento, in programma il prossimo 12 aprile, delle specifiche di fornitura anzitutto a partire dai principali ambiti di interesse emersi dall’indagine ovvero, pulizia e manutenzione verde e immobili.

“Robot, la nuova era”: così la robotica va alla conquista del mondo

MILANO – Il libro multimediale “Robot. La Nuova Era – Vivere, lavorare e investire nella società robotica del futuro” scritto da Andrea Forni, analista finanziario di tecnologia, è un viaggio emozionante alla scoperta della robotica di nuova generazione dove incontriamo robot che diventano colleghi di lavoro, veicoli a guida autonoma, umanoidi, droni civili e militari e altre meraviglie che stanno uscendo dai film di fantascienza per entrare nella vita reale. Il libro, scritto con linguaggio semplice e di immediata comprensione, nelle sue 298 pagine spazia dalla tecnologia agli impatti economici, organizzativi, finanziari, sociali, culturali dell’avvento della robotica di nuova generazione e illustra decine di esempi applicativi sia nel mondo industriale sia nella vita di tutti i giorni. Nel libro sono citate 287 realtà della robotica tra aziende tecnologiche (un centinaio quelle quotate in borsa), start-up, centri di ricerca, organismi privati e pubblici di tutto il mondo. L’edizione digitale (e-book) voluta dall’autore permette al lettore di accedere a decine di video, foto, documenti pubblici e a tutti i siti web delle aziende citate incrementando così l’esperienza culturale e formativa. La robotica sta rapidamente diventando uno dei fattori chiave dello sviluppo della economia globale nei prossimi anni e porterà un cambiamento radicale del modo di vivere e di lavorare di milioni di persone così com’è successo con l’avvento dei personal computer negli anni Ottanta, di Internet alla fine degli anni Novanta e degli smartphone negli ultimi cinque anni. Per avvicinare i giovani lettori alla materia e al suo mercato del lavoro un’appendice del libro affronta il tema dell’educazione alla robotica e spiega come e dove studiarla e quali sono le professioni più gettonate e meglio pagate del momento. Infine, il libro guarda anche agli investitori che ritengono la robotica un’opportunità di investimento con una vasta sezione dedicata all’analisi approfondita di cinquanta titoli robotici quotati in Europa, USA e Asia. Andrea Forni, classe 1965, laureato in economia, è un analista finanziario esperto di analisi dei settori tecnologici. Ha lavorato nei primi anni Novanta come ricercatore universitario di intelligenza artificiale nel settore bancario. Ha scritto due libri e decine di articoli sui temi dell’intelligenza artificiale, finanza e information technology. Nel 2015 ha lanciato l’Osservatorio sugli Investimenti di Robotica in Borsa InvestiRobot.com e il primo Meetup italiano sull’argomento con i quali si propone di colmare il gap informativo tra l’industria robotica, gli utenti finali e gli investitori pubblici e privati. Il libro è già disponibile in italiano e inglese sui principali digital store come Amazon, Apple iBookStore, GooglePlay, Barnes&Noble, KoBo, ibs.it, LaFeltrinelli, Hoepli.it e molti altri.

Dalla fusione al successo: boom di assunzioni per l’engineering bolognese

OZZANO DELL’EMILIA –  Aumentare di venti unità in un anno e mezzo il numero dei propri dipendenti è un evidente indicatore di successo: lo può testimoniare Daniele Dall’Olio, amministratore delegato della bolognese Hypertecs, società di ingegneria che, nata nel 2011 dalla fusione di quattro società (Hypertecs, Itg, Innovando Tecs e Procomec) è diventata in pochissimo tempo una delle più dinamiche realtà dell’engineering italiano in diversi settori industriali avanzati, dall’automotive all’aerospaziale, con ricavi 2014 pari a 3,2 milioni di euro e un incremento del 20% stimato per il 2015. «A fronte dello sviluppo delle nostre attività, dal gennaio 2014 all’agosto 2015 il nostro organico è cresciuto da 41 a 64 addetti, tra dipendenti e collaboratori, pescando nuove risorse soprattutto in università», spiega Dall’Olio. «Continuiamo a collaborare con diversi atenei, come quello di Bologna, con la Bocconi e l’Università di Calabria.  Il 90% delle nostre risorse è laureato, il rimanente 10% è costituito da periti tecnici con esperienza pluridecennale». Oltre ad aver aperto una nuova unità operativa a Preganziol (Treviso), nel corso del 2015 sono state ampliate tutte le sedi operative, sia a Rovereto, dove Hypertecs è entrata a far parte del nuovo polo della meccatronica, sia a Ozzano e a Bertinoro. Importanti i comparti produttivi che fanno parte del portfolio Hypertecs: automazione industriale e packaging, oil & gas e green energy (eolico e fotovoltaico), supercar racing & motorsport. «Prevediamo di crescere anche nel corso dei prossimi mesi e per il 2016 – aggiunge Lia Grandi, direttore marketing – l’obiettivo è trovare mercato anche fuori dall’Italia, per esportare le nostre competenze e conoscenze. Riteniamo che una struttura di ingegneria così grande e capillare, sia come diffusione sul territorio sia come diversificazione dei settori seguiti, non sia facile da trovare nel nostro Paese. La nostra forza, oltre alla complementarietà delle attività, è dovuta principalmente alla capacità di formazione che viene svolta in maniera assidua al nostro interno, prediligendo sempre giovani neolaureati o neodiplomati da far crescere insieme a noi».

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