Con cipria e rossetto il terzista del make up conquista il mondo

LIMBIATE – Labbra carnose, occhi da cerbiatto, zigomi in bella mostra. Sono alcuni degli elementi che caratterizzano il fascino di una donna, e per ottenerli non sempre è necessario ricorrere al bisturi. Lo sanno bene le grandi griffe della cosmetica italiana e mondiale, così come i grandi make up artist. Anche in questo settore il made in Italy trionfa, tanto che oltre il 60% dei produttori di prodotti base per la cosmetica decorativa è italiano, per lo più localizzato al nord. Tutti i grandi nomi del make up, come Estée Lauder, Kiko o Dermacol per citarne alcuni, si rivolgono a piccole aziende italiane per la realizzazione, che sia in bulk, in conto lavorazione o full service poco importa, delle loro linee cosmetiche. Tra i produttori, rigorosamente terzisti, c’è anche Trendcolor, 9 dipendenti e un fatturato di un milione di euro quasi interamente prodotto all’estero, nata nel 2003 per volere di tre soci, tutt’oggi alla guida dell’azienda. Maurizio Donzelli è il direttore generale e ci tiene a sottolineare come il made in Italy la faccia da padrone nel settore: «Il core business della cosmetica, cioè l’idea, il marketing, il prodotto, la ricerca, rimane in Italia. Ci sono società attive in Italia, ma di proprietà di famiglie cinesi od orientali, che prima importavano dalla Cina e vendevano prodotti cinesi sul nostro territorio, con tutte le problematiche correlate, e oggi acquistano direttamente qui in Italia». A essere acquistato è il prodotto cosmetico, mentre tutto il resto viene dai mercati orientali – Cina, Corea, Taiwan – che hanno prezzi abbordabili per il packaging e tutto quello che riguarda la parte finale di realizzazione.  Massima riservatezza su quali siano i clienti di Trendcolor, ai fini di preservare l’idea di terzismo, e perché l’aspetto che caratterizza maggiormente l’azienda è la ricerca, un asset che permette di stare al passo con i nuovi ingressi di prodotti sul mercato.  Per la maggior parte i profitti vengono reinvestiti nello sviluppo. «È molto importante – continua Donzelli – effettuare i test su materie prime nuove, che magari prevedono metodiche di lavorazione diverse dalla standardizzazione: può capitare che si debba industrializzare in maniera diversa il prodotto dal punto di vista produttivo, che si debba modificare il sistema di lavorazione, o il macchinario che viene utilizzato». Proprio per questo è fondamentale il rapporto che l’azienda mantiene con le università, in particolare Ferrara e Pavia, con le quali costantemente si confronta sui test, rigorosamente  svolti  su soggetti umani e non su animali. «Se io fossi il ministro dell’Istruzione abbinerei il concetto del terzista della cosmetica a quello dell’università – auspica Donzelli – e lo farei per due motivi: verrebbero erogati più fondi agli atenei e le aziende diventerebbero un possibile motore di ricerca di personale per chi esce dall’università. In questo modo si abbasserebbero i costi aziendali per le realizzazioni di prove di laboratorio e sperimentazioni e si potrebbero avere figure da avviare alle varie professionalità richieste sul campo».

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