E’ nata a Cinisello Balsamo la scoperta della «Particella di Dio»

CINISELLO BALSAMO – Se l’enigma relativo al bosone di Higgs, la cosiddetta «particella di Dio», sta per essere svelato dagli scienziati dal Cern di Ginevra, una non trascurabile parte di merito in quella che potrebbe essere la più importante scoperta scientifica nella storia dell’umanità va assegnato a un’impresa italiana. Con sedi a Cinisello Balsamo e Muggiò, per la precisione: è la Ernesto Malvestiti, azienda meccanica familiare nata nel ?45, con 220 addetti e 50 milioni di euro di fatturato, che ha vinto la gara internazionale per la fornitura dei componenti meccanici di base del Large Hadron Collider, il superacceleratore di particelle che proietta protoni e neutroni in un anello di 27 chilometri alla velocità della luce e a temperature prossime allo zero assoluto (-271°C), causando scontri atomici che devono rivelare i segreti della materia e dell’universo. Ma quali elementi tecnologici ha fornito la Malvestiti? «L’acceleratore è formato da 1.232 magneti bipolari e da circa 400 magneti quadrupolari, che servono a far scorrere e a mantenere in traiettoria il fascio di protoni: noi abbiamo realizzato i collari metallici che costituiscono il 70% della struttura, circa 15 milioni di pezzi garantiti con una tolleranza di 2 centesimi di millimetro», racconta Gianfranco Malvestiti, presidente del CDA dell’azienda italiana. Come è stato possibile che una piccola impresa dell’hinterland milanese sia riuscita a diventare fornitore della più costosa e imponente macchina scientifica mondiale? «Grazie alla nostra esperienza nell’ambito della costruzione di stampi e dello stampaggio a freddo dei materiali metallici – riprende Malvestiti – abbiamo presentato al Cern una proposta risolutiva: progettare uno stampo composito, modulare, che potesse essere modificato a seconda dei risultati qualitativi che si sarebbero registrati nella produzione dei pezzi in serie e che potesse operare su un acciaio inox con un elevato contenuto di manganese, appositamente fabbricato da una ditta giapponese». Insomma, è proprio vero che gli italiani lo fanno meglio?

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