Ponti: «Il successo di un’azienda si fonda su etica e qualità»

GHEMME – «Se cinquant’anni fa non avessimo deciso che dovevamo produrre aceto in modo genuino, senza ricorrere come la maggior parte degli acetifici all’impiego fraudolento di acidi acetici sintetici, oggi la Aceto Ponti non esisterebbe»: se lo dice Cesare Ponti, presidente dell’azienda piemontese che, fondata nel 1867 a Ghemme, oggi domina il mercato nazionale dell’aceto con un fatturato di 115 milioni di euro esportando un quinto della produzione in tutta Europa, c’è da credergli. «Abbiamo sempre pensato che le regole dovessero nascere dal basso, basandosi cioè su una autoregolamentazione consapevole dei problemi tecnici e organizzativi del mercato in cui si opera. Già negli anni ‘60 avevamo proposto al governo un sistema di controllo della qualità. Poi, in modo provvidenziale, abbiamo scoperto e applicato una metodologia scientifica basata sull’analisi al carbonio C14, che rileva la presenza di aceto sintetico. Da lì è iniziato il nostro vero salto competitivo». A fronte di un mercato assai concorrenziale, la Aceto Ponti ha avviato una strategia commerciale basata sulla qualità dei prodotti e una crescita aziendale fatta di aggregazioni e incorporazioni di altri piccoli produttori, compresi gli acetifici di prodotti igp come il balsamico. Oggi opera con cinque stabilimenti (a Ghemme, Treviso, Vignola, Paesana e Anagni), una produzione annua di quasi 100 milioni di bottiglie e un’occupazione di 200 addetti, sia sul mercato degli aceti sia in quello delle conserve con il brand Peperlizia e del biologico con il marchio Achillea. Ma come si conduce una realtà di queste dimensioni rispondendo all’appello di Papa Francesco per un’attività economica in senso evangelico, cioè al servizio della persona e del bene comune? Per Ponti i principi sono l’etica dei comportamenti e il rispetto delle leggi, che possono nascere anche da un’esperienza di fede: «chi evade o viola le regole opera sul mercato in modo sleale. Chi conduce la propria azienda nel rispetto delle norme e della trasparenza vive in modo costruttivo e utile anche il rapporto con la collettività. Da un punto di vista cattolico c’è un impegno morale che va oltre l’aspetto etico, nel senso che l’imprenditore gestisce l’azienda come un bene ancor più integrato alla comunità, perché è preoccupato del destino delle persone e della solidità nel tempo dell’opera economica che ha costruito». Le cosiddette risorse umane sono il valore aggiunto: «Conosciamo bene tutti i nostri dipendenti, in qualche caso abbiamo condiviso l’infanzia e la gioventù con qualcuno di loro. Ciò ha favorito la crescita della nostra azienda, che si è sempre considerata l’espressione positiva di una comunità e di un territorio, oltre che della nostra famiglia». Indubbiamente la pedagogia cristiana è una guida: «Non si tratta di paternalismo ma di attenzione educativa alla persona. Quando ho cominciato a occuparmi della gestione dell’azienda, insieme a mio fratello Franco, facevo fatica a richiamare i dipendenti che non lavoravano bene. Poi mi sono reso conto che invece di favorirne la crescita, rischiavo di penalizzarli. Negli anni difficili, ho invitato i dipendenti a rispettare sia il sindacato, perché è loro diritto essere tutelati, sia l’azienda e la nostra famiglia, applicando quello che definisco un sano realismo cattolico. Nei contratti di lavoro aziendale abbiamo previsto premi di produzione vincolati alla formazione delle persone, in base a un accordo con il sindacato raccontato anche dal professor Mario Deaglio in un suo saggio». Oggi la Aceto Ponti vede già coinvolta la quarta generazione, sempre mantenendo fede, è il caso di dirlo, ai valori fondativi: «Chi ha fede non è agevolato od ostacolato nella gestione di un’azienda, ma di certo ha uno spirito di competitività più durevole nel tempo: anche se messo sotto prova, l’imprenditore cattolico crede fortemente nella soluzione e nella ripresa perché ha una speranza che va oltre il limite del contingente. Il punto di debolezza di chi fa impresa è l’eccessiva sicurezza in se stessi, che può sfociare nel delirio di onnipotenza: è un problema antropologico e si chiama peccato originale. Per grazia, i cattolici hanno dei punti di richiamo e qualche arma in più per difendersi da questo rischio».

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