Shoe Report 2012: i calzaturifici mandano segnali di salute e propongono alleanze alla finanza

MILANO – Costituire un ponte di collegamento concreto tra due settori: finanza e piccole e medie imprese calzaturiere. è questo in sintesi l’obiettivo dello Shoe Report 2012, ricerca promossa da Anci (Associazione nazionale calzaturifici italiani) presentata al mondo della finanza riunito a Milano. L’analisi del rapporto mostra, utilizzando diversi indicatori, una solidità di fondo del settore, malgrado le scosse subite nel tempo. Se da un lato diminuiscono imprese e addetti nel medio-lungo periodo – che oggi si attestano rispettivamente a 5.600 aziende e 81.000 addetti – e diminuisce anche il numero di paia prodotte – salvo risalire nel 2011 sino a 207,4 milioni – si hanno chiari segnali di una salute di fondo del settore. Tiene ad esempio, malgrado la crisi, l’export, che negli ultimi due anni risale con un incremento a due cifre (+13,7% nel 2010 e +12,7% nel 2011), recuperando il -15,9% del 2009, ma soprattutto si rafforza il saldo commerciale positivo netto (+10,5% nel 2010 e +16,4% nel 2011, contro il -26,2% nel 2009), facendo sì che il settore calzaturiero contribuisca in media più del tessile-abbigliamento o della meccanica qualora si consideri il saldo commerciale per addetto. A tutto ciò si aggiunge la continuità dell’insediamento distrettuale delle imprese che, al di là dei fenomeni di delocalizzazione pur presenti, garantisce l’86,5% della produzione in cinque Regioni (Veneto, Toscana, Marche, Lombardia, Emilia Romagna), collocando l’Italia al primo posto nella UE 27 come leader con il 33,1% del totale paia prodotte annualmente. «I periodi di bassa congiuntura e di ristrutturazione periodica – precisa il presidente dell’Anci Cleto Sagripanti – si sono susseguiti più volte nel medio-lungo periodo, ma la capacità delle imprese di reagire, adattandosi e cambiando continuamente, finisce col restituire un profilo settoriale che esprime una sostanziale tenuta di fondo: il che rende l’ambito calzaturiero più forte di come appare». Nel rapporto si sottolinea come vi sia in atto una metabolizzazione “attiva” della crisi che ha dato sinora buoni risultati medi: le imprese che non subiscono passivamente la crisi sono state capaci di uscirne, guardando a nuove strategie produttive, commerciali e organizzative. Questo processo di “mutazione” in corso delle aziende libera nuove energie, ma non può evitare di differenziare le aziende più reattive rispetto a quelle meno reattive, secondo una logica di polarizzazione. Si possono così identificare tre tipologie di imprese nel panel analizzato dall’indagine effettuata. Una prima tipologia, pari al 31,5% del panel, rappresenta le imprese che tendenzialmente sono fuori dalla crisi e hanno adottato coerenti strategie dinamiche di trasformazione e di posizionamento; una seconda tipologia, pari al 16,9%, rappresenta invece le imprese che si trovano sostanzialmente fuori dalla crisi ma che non hanno ancora adottato strategie particolarmente dinamiche di trasformazione e di riposizionamento; una terza tipologia, pari al 51,6% del panel analizzato, rappresenta infine le imprese che si trovano ancora in qualche modo dentro la crisi (anche se con intensità diversa) e che non hanno adottato strategie e atteggiamenti particolarmente dinamici e di movimento. Sulla base di questa analisi si può immaginare che secondo i parametri di dimensione del fatturato e di propensione alle esportazioni è possibile che fin da subito esistano tra le 25 e le 80 imprese (a seconda delle diverse proiezioni) che potrebbero approfittare di strumenti finanziari per la crescita e dall’altro che potrebbero rappresentare investimenti interessanti per il sistema finanziario. «Il nostro studio mette in evidenza che esistono opportunità finanziarie che darebbero una nuova spinta vitale al settore – continua Sagripanti – ma non possiamo dimenticare che oggi vi sono innanzitutto problemi di liquidità delle aziende, derivanti sia dai ritardi o mancati pagamenti dei clienti sia dalla stretta del credito proveniente dalle banche, che porta l’84,7% delle aziende a considerarsi “banche improprie”, creditrici dei propri clienti morosi. Da un lato le aziende non ottengono crediti dalle banche e dall’altro sono esse stesse costrette a prestare liquidità al sistema perché la macchina del mercato continui a funzionare».

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