Orsenigo: «Creare lavoro è la virtù che “fa” il buon imprenditore»

CANTU’ – C’era una volta un’impresa industriale comasca chiamata Orsogrill (oggi acquisita dal gruppo Feralpi), specializzata in elementi grigliati pressati ed elettrosaldati per l’edilizia, che forte di una storia giunta alla quarta generazione imprenditoriale operava con successo e qualità riconosciuta dal mercato. «Due impianti in Italia, 180 occupati, sedi estere in Francia e Brasile, un fatturato stabile intorno ai 55 milioni di euro. Poi, quasi senza rendercene conto, siamo precipitati in una voragine senza fondo. Eravamo alla fine degli anni Duemila e cominciava la peggiore crisi economica mai vista dal dopoguerra. Ciò ha segnato la chiusura della nostra attività, mediante un concordato fallimentare, ma anche l’inizio della rinascita»: per Lorenzo Orsenigo, 72 anni, presidente di Orsogrill fino al 2011 e oggi fondatore e animatore dell’ASGI – Associazione San Giuseppe Imprenditore, la conclusione drammatica dell’esperienza imprenditoriale ha in realtà comportato la presa di coscienza del valore autentico del fare impresa. E la volontà di mettersi a disposizione di tutti quegli imprenditori che la crisi ha portato sull’orlo di un baratro umano, morale e professionale. Se ne parlerà al primo convegno nazionale dell’associazione, in programma ad Asti il prossimo 19 marzo.

Lei ha vissuto sulla propria pelle la vicissitudine dell’imprenditore che vede svanire l’azienda costruita in anni di sacrifici e passione. Cosa dice oggi ai suoi ex-colleghi?

«Se sei in difficoltà, non disperare. Io ci sono già passato, mi sono fermato in tempo e ho fatto i passi necessari per salvare la mia vita, la mia famiglia e quelle dei miei dipendenti. Il lavoro di una vita da imprenditore è un valore indistruttibile e nessuna difficoltà deve essere vissuta con vergogna o umiliazione. Ci sono strumenti e opportunità, ma soprattutto rapporti umani e forme di solidarietà, che aiutano a uscire anche dalla situazione più critica».

In concreto, cosa si propone di fare l’associazione che ha fondato?

«Il primo compito è stare vicino all’imprenditore che vive un periodo critico nella vita della propria azienda: la solitudine è il rischio più grave, mentre la compagnia umana, l’amicizia e i consigli giusti sono la prima fonte di positività. Secondo: mettere a disposizione dell’imprenditore professionalità, strumenti e opportunità che consentono di risolvere in modo adeguato le situazioni di default, salvaguardando il patrimonio familiare e tutelando i lavoratori. Terzo, vogliamo rivalutare la missione del fare impresa, essenziale all’economia e nobile se ben esercitata, cioè seguendo le leggi dello Stato e, secondo i nostri intendimenti, la morale del Vangelo. Perché san Giuseppe era un artigiano, un piccolo imprenditore come tanti di noi. Vogliamo batterci affinché il ruolo e il valore del “buon” imprenditore, cioè il creare e mantenere lavoro, sia riconosciuto e valorizzati».

In che modo si può continuare  a fare bene impresa, allora?

«Bisogna cercare mercato fuori dall’Italia: oggi ci si salva se si porta la quota export del fatturato almeno al 60%. Poi bisogna aggregarsi: un piccolo imprenditore deve fare un passo indietro per farne tre in avanti con altri colleghi, facendo rete. Oppure si vende l’attività in toto o in parte a un’impresa più grande capace di portare il prodotto in giro nel mondo. Dico ai miei colleghi: lamentatevi di meno e studiate bene, insieme ai soci o ai familiari, la strada del futuro. Ma soprattutto continuate a operare con onestà e serietà, perché fare impresa è un’opera d’arte e l’unico modo di essere artisti è amare e rispettare fino in fondo ciò che si fa».

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