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Crisi aziendali: come salvare l’impresa prima che sia troppo tardi

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OLGIATE MOLGORA – «Quando i bilanci cominciano a scricchiolare e la situazione inizia a manifestare delle criticità, sia economiche sia finanziare, l’imprenditore si trova di fronte a un bivio: proseguire o fermarsi? In sostanza, prima che si entri nel tunnel della vera e propria crisi aziendale, c’è una fase in cui si possono adottare misure efficaci per salvaguardare l’azienda, tutelare i lavoratori e proteggere il patrimonio del datore di lavoro. Vogliamo dare agli imprenditori alcuni strumenti utili a “decifrare” la mappa della crisi e capire come muoversi»: così Sandro Feole, titolare dello Studio Feole Centrimpresa (039.9900934), presenta il seminario che si tiene mercoledì 22 marzo (inizio alle ore 17) presso la sede di Olgiate Molgora (Via al Lavatoio 1), nell’ambito del programma “Milano è qui”, sul tema “L’impresa oltre la crisi. Le procedure concorsuali: un’opportunità da considerare? Anticipare gli effetti negativi, valutare le attività preventive: una visione nuova dopo le esperienze di questi anni”, con interventi di Sandro Feole, Giovanna Rango (Foro di Milano), Niccolò Nisivoccia (Foro di Milano), Gaetano Laghi (Foro di Napoli) e coordinamento di Franco Lo Passo (Foro di Milano). L’idea del seminario nasce dall’esperienza di Feole come vicepresidente dell’Associazione San Giuseppe Imprenditore e responsabile “tecnico” del Telefono Arancione, il servizio di ascolto e aiuto per imprenditore in grave difficoltà. «Il Telefono Arancione è una ciambella di salvataggio data a chi sta per annegare», racconta Feole in un’intervista a Business People. Dietro al Telefono Arancione, partito nell’estate 2016 e che ha già registrato centinaia di telefonate, l’associazione sta cercando di creare una rete di professionisti a livello nazionale in grado di fornire servizi gratuiti di prima assistenza agli imprenditori in forte difficoltà. «E’ importante avviare percorsi di accompagnamento, la scelta dei professionisti che aiutano le imprese a chiudere l’attività o metterla al riparo è fondamentale. Al momento riusciamo a gestire una ventina di casi al mese, speriamo di allargare la rete di partner per aumentare il numero», conclude Feole.

Evento L’IMPRESA E’ QUI – 22 marzo Olgiate Molgora

Tecnest ed Eurotech portano l’Internet of Things nel manifatturiero

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UDINE – La quarta rivoluzione industriale è sempre più vicina. E lo è ancora di più dopo l’accordo di collaborazione siglato tra Tecnest, azienda friulana che si occupa di soluzioni informatiche e organizzative per la gestione dei processi di produzione e della supply chain, ed Eurotech, leader nella fornitura di dispositivi intelligenti e tecnologie Machine-to-Machine per applicazioni Internet of Things (IoT). «L’applicazione dell’Internet of Things nella produzione industriale ha un ruolo chiave nella cosiddetta Industry 4.0», dice Fabio Pettarin, presidente di Tecnest. «Si tratta di una trasformazione epocale che permette di collegare macchine, prodotti e sistemi. Lo scenario che si delinea grazie alla connessione è articolato: sarà possibile analizzare i dati per prevedere difficoltà o errori e i sistemi potranno autoconfigurarsi per adattarsi ai cambiamenti. E non solo: l’Industry 4.0 cambierà il modo di pensare la fabbrica e le relazioni tra fornitori, aziende di produzione e clienti». In Italia il mercato dello Smart Manufacturing nel 2015 vale quasi il 10% del totale degli investimenti complessivi dell’industria e per il 2016 prevista una crescita del 20% (dati dell’Osservatorio Smart Manufacturing della School of Management del Politecnico di Milano).
Il progetto nasce da due eccellenze friulane che hanno unito le rispettive specializzazioni per promuovere una soluzione tecnologica d’avanguardia. Da una parte c’è Tecnest, realtà da quasi 30 anni specializzata in soluzioni software per il settore manifatturiero, e dall’altra Eurotech, multinazionale che ha messo a punto Everyware Cloud, una piattaforma software Machine-to-Machine che permette di connettere facilmente dispositivi fisici (macchine o altri device) a sistemi IT e altre applicazioni software. «I nostri strumenti e tecnologie per l’IoT sono applicabili a diversi settori: quello con Tecnest è un accordo dedicato al mondo industriale per la realizzazione di una soluzione per la Fabbrica 4.0. Si stima che la digitalizzazione spinta di una fabbrica possa portare a un 10% di recupero di efficienza» dice Roberto Siagri, presidente e amministratore delegato di Eurotech. «Con la nostra tecnologia ogni macchina o linea di produzione diventa intelligente: comprende il proprio stato di funzionamento e lo comunica tramite Internet. Il flusso dati generato viene inviato in tempo reale ad una piattaforma sul Cloud che mette a disposizione una serie di interfacce per consentire un collegamento snello e veloce delle diverse applicazioni. In ambito industriale questo significa, ad esempio, raccogliere i dati di produzione da un parco macchine già esistente o da nuove macchine e renderli disponibili e accessibili in cloud da applicazioni di manufacturing execution come quelle di Tecnest». I dati generati e raccolti dalle macchine devono poi essere interpretati e messi a disposizione delle diverse funzioni aziendali e degli attori coinvolti nella catena del valore, per tenere sotto controllo e migliorare i processi produttivi e della supply chain. Qui entrano in gioco le competenze specialistiche di Tecnest e le sue soluzioni per la gestione dei processi di pianificazione e gestione della produzione e della supply chain della suite software J-Flex. «Le nostre soluzioni aiutano da sempre le aziende manifatturiere ad ottimizzare i processi di produzione, a tenere sotto controllo la fabbrica in tempo reale intervenendo in caso di criticità e a migliorare le performance produttive», conclude Pettarin.

L’innovazione è di casa e più accessibile al Corefab

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CORMANO – Fare innovazione significa sì realizzare qualcosa di nuovo, ma anche trovare modi nuovi per fare meglio quanto già consolidato. Affrontare problemi irrisolti, migliorare la qualità portandosi alla pari con le conoscenze nel proprio settore. Per farlo sono necessarie risorse finanziarie e umane che non sempre è facile raggiungere, ma che pure sono disponibili per le imprese. Se ne discuterà venerdì 10 marzo (dalle ore 14,00) in Corefab (via Po 77 a Cormano) con il Consorzio C2T e Find Your Doctor, specializzati nel supportare l’innovazione in impresa, rispondendo insieme al bisogno di prospettive dei ricercatori che oggi non trovano un futuro nelle università italiane. «Avremo la possibilità di presentare dal vivo case history del modello Find Your Doctor, con testimonianze di imprenditori che hanno creduto nel dialogo diretto ricerca-impresa per fare innovazione, anche con il coinvolgimento di associazioni di categoria territoriali», spiega Chiara Marelli, community manager di Corefab. Dopo l’introduzione a cura di Eva Ratti (Find Your Doctor), il programma dell’evento prevede la prima sessione sul tema “Strategie, criticità ed esperienze nell’innovazione del manifatturiero”, con testimonianze di Tiberio Roda (Trafilerie San Paolo), Angelo Belgeri (Airoldi & Belgeri), Emanuele Fratto (Noltec Europe), Stefania Grandi (NAM) e Fabio Massimo (Aesse.net); la seconda sessione sul tema “Come rendere accessibile e sostenibile l’innovazione per le pmi” con interventi di Mauro Gattinoni (ApiLecco), Gualtiero Cortellini (Consorzio C2T), Stefano Binda (CNA Milano), Davide Lecchi (Toyota Academy). La partecipazione è gratuita, previa registrazione al link https://www.eventbrite.com/e/corefab-linnovazione-e-accessibile-tickets-32289389433

Nord Group apre in Albania un eco-impianto per arricchire il cromo

UDINE – Nord Group SpA, realtà italiana con una trentennale esperienza nel settore metalmeccanico e nell’engineering d’eccellenza, sbarca in Albania per avviare un nuovo progetto gestito dalla sua controllata North Group Mining Shpk. Si tratta di un sito produttivo che copre un’area di 40mila metri quadrati nella zona baricentrica di Librazhd, a pochi chilometri dal confine con la Macedonia, ed è dotato di un impianto di arricchimento di ultima generazione per l’estrazione, la lavorazione e la produzione di concentrato di cromo, fino a 9mila tonnellate al mese. Per dimensioni e tipologia, l’impianto della North Group Mining Shpk rappresenta la realtà più importante dell’Albania nel settore della produzione di concentrato di cromo; grazie alla qualità del prodotto, il minerale estratto possiede le più alte quotazioni sul mercato. Con questo nuovo impianto, contraddistinto da una produttività e affidabilità eccellenti, la nuova società North Group Mining Shpk prevede di raggiungere entro il 2017 un fatturato complessivo di 5 milioni di euro, che potrebbe superare, entro il 2020, quota 20 milioni con un totale di oltre 100 dipendenti e un indotto di oltre 400 addetti. «La realizzazione di questo impianto rappresenta la prima, importante iniziativa d’internazionalizzazione di Nord Group Spa – afferma l’amministratore delegato Andrea Montich – e il nostro progetto si è potuto realizzare grazie alla proficua collaborazione con le amministrazioni locali. Prevediamo in breve tempo di impiegare a regime circa 50 persone e di creare un indotto, grazie ai rapporti già instaurati in loco, di altri 100 posti di lavoro». «La tipologia di lavorazione – spiega Marco Bovolini, delegato dal consiglio per il progetto di internazionalizzazione in Albania – prevede l’ingresso di materia prima proveniente dalle miniere con diverse percentuali di cromo e il passaggio nei crushers e nelle macchine di arricchimento. Tutto il processo permette un upgrade della percentuale di cromo fino a oltre il 60% e la quantità di acqua utilizzata viene riciclata al 90%. Una tecnologia a impatto ambientale pari allo zero senza produzione di polveri sottili e fumi». Fondata nell’84 a Reana del Rojale (Udine), Nord Group Spa opera in ambito metalmeccanico con particolare riferimento alle lavorazioni di carpenteria metallica destinate al settore meccanico ed edile. Su una superficie di 50mila metri quadrati, di cui 18mila coperti, l’azienda conta 150 addetti e 18 milioni di fatturato.
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Bruno Parise, dagli antichi telai rinascono le borse del futuro

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MAROSTICA – Quella di Bruno Parise Italia, eccellenza vicentina che produce borse in pelle artigianali, è una storia di rinnovamento particolare nel panorama imprenditoriale. Al fondatore Bruno Parise si avvicenda la figlia Alessandra, 32 anni e un recente passato come project customer manager in una società di eventi torinese, che abbandona un contratto a tempo indeterminato per dedicarsi a un mestiere dalla forte connotazione artigianale con un nuovo approccio smart. Protagonisti del cambiamento tecnologico non sono solamente gli strumenti di comunicazione e gestione dell’attività, ma gli strumenti produttivi delle fettucce in pelle intrecciate che caratterizzano il prodotto: telai a pedale veneziani del ‘700 restaurati con tecniche moderne per non perdere l’impronta qualitativa delle borse e per rimanere fortemente legati alla tradizione manifatturiera veneta. «E’ cambiato l’approccio ai clienti, attraverso l’implementazione delle attività sul web», spiega Alessandra Parise. «E’ cambiata la produzione, non più legata a un unico luogo fisico, ma resa più snella attraverso la distribuzione della produzione su più realtà artigianali vicentine. E’ cambiata anche la gestione: tablet e smartphone mi permettono di lavorare da qualsiasi luogo. Ma il vero cuore del rinnovamento tecnologico sono i telai, utilizzati 300 anni fa per realizzare splendidi arazzi veneziani. Un pezzo di storia del territorio veneto e della tradizione produttiva italiana che torna in vita per produrre borse dall’impronta inconfondibile e per evitare che cambi l’aspetto più importante del made in Italy artigianale: la qualità». I telai sono stati modificati strutturalmente per tessere sottili fettucce di pelle e intrecciarle con una tela di fili di cotone tinti del medesimo colore. Il risultato è un tessuto morbidissimo che dà vita alle idee dei designer della casa. Volumi e colori sono classici, ma arricchiti da dettagli e linee moderne. Alla collezione continuativa si avvicendano di stagione in stagione concise selezioni di nuovi modelli, che prendono il nome da donne che ne hanno ispirato la realizzazione. Le attività web del brand permettono di ordinare modello e colore indipendentemente dal luogo in cui si trova il destinatario: accanto ai tradizionali canali di distribuzione in Italia e Germania è prevista la spedizione in tutto il mondo.

Cavi elettrici: Spina Group apre la terza unità produttiva

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MILANO – Spina Group, storica azienda italiana a forte vocazione internazionale specializzata nell’offerta di soluzioni complete e personalizzabili per l’impiantistica industriale e attiva da oltre trenta anni nei settori dell’oil & gas, energia, industria e trasporti, annuncia l’avvio della terza unità produttiva Eurocavi a chiusura di un triennio di forti investimenti, fatturato in crescita e aperture di nuove sedi in tutto il mondo. «Spina Group è una delle poche aziende totalmente italiane che, in un periodo di forte crisi economica, ha deciso di investire pesantemente nel nostro Paese, dove vogliamo mantenere la produzione e dove continueremo a investire. Parallelamente aumenteremo gli investimenti all’estero per rafforzare la presenza di Spina Group nei Paesi dove operano i nostri principali clienti del settore oil & gas», ha dichiarato Marco Spina, direttore vendite di Spina Group. Fondata nel 1990, l’azienda milanese nasce come società di fornitura di materiale elettrico e ricambi per l’industria. Seguendo un percorso evolutivo in controtendenza rispetto alla consuetudine, è passata dalla distribuzione alla produzione, grazie all’acquisizione nel 2008 di Schiavetti Tekno, azienda leader nella produzione di passerelle portacavi, e l’apertura nel 2011 di Atex srl, per la produzione di materiali antideflagranti. Con Eurocavi, azienda specializzata nella fornitura di cavi elettrici industriali standard e speciali, realizzati secondo le specifiche del cliente, Spina Group avvia oggi la sua terza unità produttiva, a completamento dell’offerta del gruppo, che comprende quindi soluzioni articolate e supporto a 360° per l’industria. Eurocavi realizza diverse tipologie di cavi bassa tensione, tra i quali cavi speciali, strumentazione, energia e termocoppia ed è in grado di allestire anche forniture di breve lunghezza. Nell’ultimo triennio Spina Group ha realizzato investimenti nella produzione per quasi 4 milioni di euro e, contemporaneamente, ha avviato un intenso programma di internazionalizzazione, con l’apertura di sedi all’estero (Egitto, Messico, Olanda, Nigeria ed Emirati Arabi) per seguire i principali clienti dell’oil & gas. Il fatturato dell’intero gruppo è raddoppiato negli ultimi tre anni, passando dai 7,8 milioni nel 2011 ai 16,3 milioni di euro nel 2015.

 

Progetto Inblue: i Tir del futuro diventano ecosostenibili

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MILANO – Il trasporto merci del futuro sarà all’insegna della sensibilità ambientale. Una flotta di 156 veicoli, il 26% dei quali alimentati a metano liquido (gnl) che diventeranno il 68% (oltre due terzi del totale) entro il 2018. L’imminente introduzione di 30 nuovi veicoli Iveco di ultima generazione. Una riduzione, nel solo 2016, di circa il 10% in termini di emissioni di CO2, pari a quasi 1 milione di kg di biossido di carbonio, che diventeranno 10 milioni nell’arco di due anni con l’adozione dei nuovi veicoli a biometano liquido, e in parallelo una diminuzione nell’esalazione di polveri sottili da 31 milioni di mg a circa 103 milioni in due anni. Sono solo alcuni numeri del programma Inblue, l’esperienza che sta mettendo in atto l’azienda umbra LC3 Trasporti, prima realtà in Italia che, grazie all’utilizzo di veicoli a metano liquido e all’adozione di una serie di pratiche virtuose, si pone oggi come prima azienda sostenibile di trasporto merci su gomma nel nostro Paese. «Fin dall’inizio l’azienda ha prestato grande attenzione alle problematiche ambientali connesse all’attività dell’autotrasporto», spiega il fondatore Mario Ambrogi. «Dati alla mano, nel 2013 le emissioni complessive del trasporto su strada sono state di quasi 100 milioni di tonnellate di CO2: di queste il 35% sono attribuibili al trasporto merci stradale, di cui circa la metà al trasporto pesante». La crescita di sensibilità delle aziende committenti verso i cosiddetti business sostenibili, capaci di garantire alti livelli qualitativi di servizio rispettosi dell’ambiente, ha trovato in LC3 l’interlocutore perfetto. L’azienda infatti, tra il 2009 e il 2012, riesce a sviluppare un grande know-how sui temi del green e sviluppa un percorso che pone le basi al progetto B.E.S.T. (Better Environment & Sustainable Transport) che prende corpo agendo su due fronti principali. Quello della formazione, avviando un percorso di eccellenza dedicato agli autisti su guida sicura e risparmio energetico, e quello dell’innovazione, attraverso la partnership con Iveco per la messa in strada di eco-veicoli. Dal 2015 LC3 è partner di Corridoio Blu, un progetto che fa capo alla Comunità Europea e che intende promuovere la realizzazione di ricerche, progetti e infrastrutture che favoriscano il ricorso all’uso del gas naturale liquido nel trasporto pesante. Nel 2016 l’azienda umbra è invitata a Parigi a rappresentare l’Italia in qualità di prima azienda di trasporto su gomma con veicoli a metano liquido. Da quest’anno LC3 ha avviato assieme a Michelin Solutions un progetto per testare i pneumatici specifici in base alla tipologia di trasporto. Questi test permettono di rilevare pressione e temperatura di ogni singolo pneumatico in tempo reale. A questo si aggiunge un percorso formativo dedicato agli autisti finalizzato a migliorare lo stile di guida e, conseguentemente, la sicurezza su strada. E sempre da quest’anno i primi veicoli a metano liquido di LC3 hanno cominciato a uscire dai confini nazionali. Oggi la flotta LC3 è composta di 156 truck, di cui 40 a metano liquido, ai quali si aggiungono i nuovi 30 veicoli a metano liquido 400 CV e può contare su una rete di 8 filiali distribuite lungo tutto il centro-nord Italia in grado di presidiare l’intera rete autostradale del Paese e su un centro logistico all’avanguardia con sede a Piacenza, dotato di terminal container e un deposito a temperatura controllata. Negli ultimi 5 anni il fatturato è raddoppiato tanto da superare nel 2016 i 40 milioni di euro.

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San Pellegrino premia con il lavoro i neolaureati eccellenti

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MILANO – Gli ultimi dati Eurostat spiegano che l’Italia è al penultimo posto in Europa (peggio fa solo la Grecia) per occupazione dei suoi laureati a tre anni dalla conclusione della carriera di studi. Con lo scopo di sostenere i giovani e creare un ponte tra Università e Aziende, il Gruppo Sanpellegrino ha assegnato il 3° Premio Sanpellegrino Campus e promosso un dibattito sul tema “Giovani e Lavoro: quale sistema tra università e aziende per favorire l’occupazione e valorizzare il Made in Italy”. «Da anni abbiamo intrapreso un percorso di avvicinamento e ascolto dei giovani. Crediamo che recuperare il gap esistente con gli altri Paesi sia necessario non solo per il futuro dei nostri laureati, ma anche per dare una prospettiva al sistema economico italiano e all’industria Made in Italy attraverso idee e visioni innovative. Per questo ci impegniamo a dare loro centralità fungendo da facilitatori tra il mondo accademico e quello delle imprese», ha dichiarato Stefano Agostini, presidente e amministratore delegato del Gruppo Sanpellegrino. Tra gli interventi che hanno animato l’incontro quelli di Angelo Miglietta, pro-Rettore dello Iulm, Camilla Lunelli, Communication Director di Cantine Ferrari, Enrico Moretti Polegato, presidente di Diadora, e Andrea Saviane, Country Manager di Bla Bla Car Italia. Una ricerca promossa dal Gruppo Sanpellegrino sul tema ha fatto anche luce sul punto di vista dei giovani. Poca esperienza maturata (26%), scarsa propensione delle aziende ad assumere (19,5%), settori di interesse saturi (17%) sono alcune delle difficoltà individuate da laureati e studenti nel trovare un’occupazione e per il 46,5% di loro nemmeno l’università prepara adeguatamente ad entrare nel mondo del lavoro. In effetti, stando alle ultime statistiche Eurostat, poco più di un laureato su due (il 52,9% del totale) risulta occupato entro tre anni dal conseguimento del diploma, si tratta del dato peggiore dell’Unione europea dopo la Grecia. Ridurre questo gap e valorizzare i giovani significa, per il 44% dei laureati e studenti coinvolti nella ricerca, dare anche un’opportunità per sostenere il Made in Italy e impiegare energie nuove per l’intero Paese. Nell’ambito del convegno è stato assegnato anche il terzo Premio Sanpellegrino Campus, tre borse di studio del valore di 1.500 euro e 3 stage alle migliori tesi in categorie chiave per il sistema economico italiano, ovvero “Acqua e Benessere”, “Sostenibilità Ambientale ed Economica”, “Made in Italy”. A ricevere il riconoscimento sono stati nell’ordine Francesco Azzola, 25enne di Clusone (BG); Pietro Richelli, 26enne di Verona; Giorgio Tinacci, 25enne di Montespertoli (FI).

Ponti: «Il successo di un’azienda si fonda su etica e qualità»

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GHEMME – «Se cinquant’anni fa non avessimo deciso che dovevamo produrre aceto in modo genuino, senza ricorrere come la maggior parte degli acetifici all’impiego fraudolento di acidi acetici sintetici, oggi la Aceto Ponti non esisterebbe»: se lo dice Cesare Ponti, presidente dell’azienda piemontese che, fondata nel 1867 a Ghemme, oggi domina il mercato nazionale dell’aceto con un fatturato di 115 milioni di euro esportando un quinto della produzione in tutta Europa, c’è da credergli. «Abbiamo sempre pensato che le regole dovessero nascere dal basso, basandosi cioè su una autoregolamentazione consapevole dei problemi tecnici e organizzativi del mercato in cui si opera. Già negli anni ‘60 avevamo proposto al governo un sistema di controllo della qualità. Poi, in modo provvidenziale, abbiamo scoperto e applicato una metodologia scientifica basata sull’analisi al carbonio C14, che rileva la presenza di aceto sintetico. Da lì è iniziato il nostro vero salto competitivo». A fronte di un mercato assai concorrenziale, la Aceto Ponti ha avviato una strategia commerciale basata sulla qualità dei prodotti e una crescita aziendale fatta di aggregazioni e incorporazioni di altri piccoli produttori, compresi gli acetifici di prodotti igp come il balsamico. Oggi opera con cinque stabilimenti (a Ghemme, Treviso, Vignola, Paesana e Anagni), una produzione annua di quasi 100 milioni di bottiglie e un’occupazione di 200 addetti, sia sul mercato degli aceti sia in quello delle conserve con il brand Peperlizia e del biologico con il marchio Achillea. Ma come si conduce una realtà di queste dimensioni rispondendo all’appello di Papa Francesco per un’attività economica in senso evangelico, cioè al servizio della persona e del bene comune? Per Ponti i principi sono l’etica dei comportamenti e il rispetto delle leggi, che possono nascere anche da un’esperienza di fede: «chi evade o viola le regole opera sul mercato in modo sleale. Chi conduce la propria azienda nel rispetto delle norme e della trasparenza vive in modo costruttivo e utile anche il rapporto con la collettività. Da un punto di vista cattolico c’è un impegno morale che va oltre l’aspetto etico, nel senso che l’imprenditore gestisce l’azienda come un bene ancor più integrato alla comunità, perché è preoccupato del destino delle persone e della solidità nel tempo dell’opera economica che ha costruito». Le cosiddette risorse umane sono il valore aggiunto: «Conosciamo bene tutti i nostri dipendenti, in qualche caso abbiamo condiviso l’infanzia e la gioventù con qualcuno di loro. Ciò ha favorito la crescita della nostra azienda, che si è sempre considerata l’espressione positiva di una comunità e di un territorio, oltre che della nostra famiglia». Indubbiamente la pedagogia cristiana è una guida: «Non si tratta di paternalismo ma di attenzione educativa alla persona. Quando ho cominciato a occuparmi della gestione dell’azienda, insieme a mio fratello Franco, facevo fatica a richiamare i dipendenti che non lavoravano bene. Poi mi sono reso conto che invece di favorirne la crescita, rischiavo di penalizzarli. Negli anni difficili, ho invitato i dipendenti a rispettare sia il sindacato, perché è loro diritto essere tutelati, sia l’azienda e la nostra famiglia, applicando quello che definisco un sano realismo cattolico. Nei contratti di lavoro aziendale abbiamo previsto premi di produzione vincolati alla formazione delle persone, in base a un accordo con il sindacato raccontato anche dal professor Mario Deaglio in un suo saggio». Oggi la Aceto Ponti vede già coinvolta la quarta generazione, sempre mantenendo fede, è il caso di dirlo, ai valori fondativi: «Chi ha fede non è agevolato od ostacolato nella gestione di un’azienda, ma di certo ha uno spirito di competitività più durevole nel tempo: anche se messo sotto prova, l’imprenditore cattolico crede fortemente nella soluzione e nella ripresa perché ha una speranza che va oltre il limite del contingente. Il punto di debolezza di chi fa impresa è l’eccessiva sicurezza in se stessi, che può sfociare nel delirio di onnipotenza: è un problema antropologico e si chiama peccato originale. Per grazia, i cattolici hanno dei punti di richiamo e qualche arma in più per difendersi da questo rischio».

L’innovazione tra digitale e manifatturiero sboccia al Corefab

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CORMANO – Sabato 21 gennaio è ufficialmente nato Corefab: nel cuore della grande Tech Valley milanese, ha aperto i battenti la casa dell’Internet of Things e dell’Industria 4.0, dove imprenditori, investitori, professionisti, ricercatori, startupper e innovatori possono trovare il punto di incontro, di progettazione e di sviluppo per nuovi prodotti e nuovi processi. Corefab (www.corefab.it) è l’iniziativa voluta dalla famiglia Marelli, imprenditori da tre generazioni nel settore della meccanica, che dopo aver ceduto una delle loro aziende a un gruppo svedese hanno deciso di reinvestire risorse importanti nella riqualificazione di un capannone di proprietà in via Po 77 per trasformarlo nell’hub dell’innovazione industriale.
Il sindaco di Cormano Tatiana Cocca e la delegata alla Mobilità e Servizi di rete della Città Metropolitana Siria Trezzi sono intervenute per il taglio del nastro dell’unico “ecosistema” esistente in provincia di Milano interamente votato all’integrazione tra produzione manifatturiera tradizionale e tecnologia digitale, come spiega il promotore Remo Marelli: «Da sempre attivi con le nostre imprese nel mondo della meccanica, abbiamo subito immaginato il Corefab come un grande ingranaggio fisico e virtuale, un luogo dove unire idee, uomini e imprese, per traghettare la ricerca e i progetti di business verso l’approdo reale del mercato. Evitando così un’inutile dispersione di creatività e capitali. Una vera e propria rete tra imprenditori senior e giovani ricercatori o “inventori” di start up, che in modo sussidiario si collegano tra di loro per sviluppare nuove soluzioni». Con un’attenzione speciale a finalizzare interventi, servizi e competenze a favore della piccola e media industria, cioè la parte produttiva più dinamica del Paese ma anche la meno sostenuta sul fronte della ricerca e
innovazione. «Per poter raggiungere questi obiettivi – aggiunge il general manager Chiara Marelli – abbiamo realizzato, su progetto dell’architetto Donata Nicetta, un ambiente aperto e integrato, con 70 postazioni open, nuclei semi-aperti e uffici chiusi, sale riunioni e aule di formazione – oltre a uno spazio fitness e una nursery – dove su un’area di mille metri quadrati opereranno la sede lombarda della prestigiosa Toyota Academy, l’incubatore e sviluppatore di start up gestito da Altis-Università Cattolica e Cna Milano, la piattaforma di ricerca e trasferimento tecnologico promossa da Find Your Doctor (che raggruppa oltre un migliaio di ricercatori universitari) e Consorzio C2T, l’ente accreditato di formazione Boston Group, il coworking della rete InCowork, la redazione del web magazine Voxfabrica.it, l’agenzia dicomunicazione BCI impegnata nell’ambito del business ethics».
 Ma ci saranno spazi anche per una realtà non profit come l’Associazione San Giuseppe Imprenditore, che con il servizio del Telefono Arancione costituisce un punto di riferimento nazionale per gli imprenditori in grave difficoltà, e per un’area benessere curata da Neolife. Con le attività interne e le partnership qualificate, Corefab rappresenta per il territorio della Grande Milano e della Lombardia una piattaforma integrata di apprendimento e un incubatore-aggregatore per persone, progetti e organizzazioni impegnate a migliorare il proprio approccio con il mercato, attraverso servizi di coaching & mentoring, ricerca & sviluppo, trasferimento tecnologico, social networking, editoria e comunicazione.

 

    

 

Ideascudo lancia il tessuto che protegge dai campi elettromagnetici

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Siamo tutti “immersi” in un elettrosmog permanente, causato dall’utilizzo continuativo di apparecchi elettronici come computer, smartphone, sistemi wireless. E’ da questa consapevolezza che è nato e si sta sviluppando uno dei settori più promettenti dell’industria tessile italiana: quello dei tessuti tecnici protettivi, con funzione di schermatura dai campi elettromagnetici. Pioniere in questa attività è Paolo Inzaghi, titolare del gruppo Creamoda e primo produttore in Italia di tessuti schermanti. «Frutto di anni di ricerche e investimenti in brevetti, la nostra attività riguarda l’ideazione e la realizzazione di materiali tessili che schermano l’inquinamento elettromagnetico: abbigliamento, tendaggi, articoli per l’edilizia, materiali utilizzabili anche in serre e allevamenti, al fine di proteggere dall’elettrosmog tutti gli organismi viventi». La storia racconta che Inzaghi fonda la sua azienda nel 1993, con il preciso scopo di sviluppare brevetti relativi a materiali tessili innovativi, in grado di abbattere il rischio per la salute dovuto al crescente impiego di fonti elettromagnetiche. Nel 1998 l’imprenditore raggiunge un accordo con una società produttrice di filati per l’utilizzo, la produzione e la commercializzazione del tessuto schermante dalle onde elettromagnetiche. «Da questo accordo sono scaturiti diversi brevetti, tra cui uno relativo a tessuti schermanti in genere e un altro per la realizzazione di pannelli vetrati. Di fatto, siamo l’unica società operante in Italia, tramite il brand Ideascudo, a disporre in esclusiva del materiale tessile ad azione schermante”. Che ha trovato subito molteplici impieghi pratici, per tre linee di tessuto: a rete per uso edilizio, in poliestere per tende e in cotone per abbiglia
mento. Ma come funziona un tessuto schermante? «Il cuore del prodotto è un filo metallico, prodotto utilizzando diversi composti minerali: il filo viene poi intessuto all’interno del materiale tessile che si desidera schermare, realizzando così una trama che riproduce una sorta di gabbia di Faraday. Dopodiché, il materiale finito può avere diversi utilizzi». Parallelamente all’attività di ricerca dei vari prodotti che compongono l’attu
ale gamma di tessuti schermanti, Creamoda ha infatti avviato anche la commercializzazione di prodotti finiti, rivolti sia a privati sia ad aziende: dalla linea di custodie per telefoni cellulari alle camicie per uomo e donna, dai camici di tipo ospedaliero per medici e radiologi alle tute da lavoro e alle stuoie per letti. Fino agli interventi più complessi, come la schermatura di una centrale elettrica a Manfredonia, commissionata dal gruppo Marcegaglia, o la protezione di magazzini logistici di Cisalfa: «Grazie alla versatilità del prodotto, riusciamo a schermare anche edifici interi. Il settore edile è molto promettente: abbiamo sviluppato alcuni progetti con il Politecnico di Milano e collaboriamo con diversi enti certificatori e piattaforme di distribuzione di materiali edili, come Material Connection». Inzaghi non nasconde il forte interesse manifestato da altri Paesi, ma il suo obiettivo è far crescere in Italia un’industria di applicazioni che utilizzino il suo tessuto anti-elettrosmog.

Cittadini: le “buone” reti che pescano sviluppo e solidarietà

«In una retfoto-cittadini-3e da pesca tutti i nodi sono punti di forza e tutte le maglie si rafforzano lavorando insieme: la stessa cosa avviene nelle relazioni tra uomini, se sono guidate dalla ricerca e dalla condivisione del bene per tutti»: Pia Cittadini, presidente dell’omonima azienda bresciana diventata leader mondiale nella produzione di reti per l’industria della pesca, continua a testimoniare i valori e la filosofia che hanno contraddistinto ottant’anni di storia aziendale e un’intera vita con il marito Giovanni, scomparso nel 2013 dopo aver costruito insieme una grande famiglia, un’azienda di successo e una rete solidale che opera anche dall’altra parte del globo. Fondata a Sulzano nel 1933 per la produzione delle reti utilizzate dai pescatori del Lago d’Iseo, la Cittadini opera dal 1980 a Paderno Franciacorta, occupando una settantina di dipendenti.
«Nel settore tessile le crisi sono cicliche. Già negli anni Novanta noi siamo stati colpiti dalla concorrenza cinese, inondati di merce importata di bassa qualità che ha rovinato il mercato. Avremmo dovuto chiudere oppure cercare di resistere reinventando l’azienda: mio marito, ideatore di tante soluzioni innovative, ha voluto rimanere sul territorio dove avevamo cominciato, per senso di responsabilità verso i dipendenti e le loro famiglie. Ecco perché al centro c’è sempre il capitale umano». Così la Cittadini è tornata a crescere, ampliando la gamma dei prodotti a settori come l’agricoltura, l’edilizia e l’industria. Sono state avviate anche linee produttive specializzate per la lavorazione di cucirini industriali, filati per tessiture e usi tecnici, corde e trecce, che trovano impiego in nicchfoto-cittadini-4ie di alta gamma come il fashion e l’automotive.
«Le nostre reti, opportunamente tinte, stampate o ricamate, hanno sfilato in forma di abiti di lusso sulle passerelle delle più grandi griffes dell’alta moda. E vengono utilizzate anche da alcune case automobilistiche tedesche per la creazione delle reticelle porta-oggetti», racconta Pia, che condivide con tre dei cinque figli la governance e lo sviluppo dell’azienda. Chiuso il 2015 a quota 9 milioni di euro di fatturato, la Cittadini ha aperto il 2016 con un +60% nel primo semestre, grazie al boom di ordinativi dal mercato mondiale dell’allevamento ittico, per il quale l’azienda bresciana ha sviluppato una rete con una fibra esclusiva ad altissima resistenza, utilizzata nella fabbricazione delle gabbie per l’acquacoltura. La rete continua così a essere il simbolo del modello valoriale e di sviluppo di questa piccola impresa manifatturiera, segnata dalla testimonianza umana e di fede di Giovanni Cittadini: «I principi posti da mio marito alla base della gestione aziendale, cioè il senso di responsabilità, condivisione, sacrificio e dignità del lavoro, si ritrovano nella dottrina sociale della Chiesa cattolica, nel concetto del “nodo” come centralità della persona e come scelta etica di costruzione del bene comune, da trasferire nella conduzione quotidiana dell’impresa. Lo ha ricordato Papa Francesco parlando di “umanesimo del lavoro”. Noi lo traduciamo e apformazione_donne_indianeplichiamo anche in progetti innovativi di welfare aziendale, con politiche di conciliazione del tempo casa-lavoro soprattutto per il personale femminile», conclude Pia Cittadini. Una condivisione solidale di rapporti – le famose “maglie” della rete – che ha valicato i confini del bresciano per concretizzarsi in un progetto realizzato nel 2008 in India, presso un villaggio che era stato devastato dallo tsunami del 2004. Insieme alla Fondazione Tovini e alla Regione Lombardia, la Cittadini ha costruito un retificio per riavviare l’economia locale della pesca: le donne rimaste vedove sono state formate nello stabilimento di Paderno Franciacorta e hanno potuto ricominciare a vivere da protagoniste, scegliendo per la loro fabbrica il nome “Sangaman”, che in lingua indi significa “tutti insieme”. Proprio come i nodi di una rete. 
 

Arredo: Doimo Cityline consolida e vola a +21%

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MORIAGO DELLA BATTAGLIA – Un’avventura tutta made in Italy quella di Doimo Cityline. L’azienda trevigiana, entrata nel 1991 a far parte del Gruppo Doimo, riferimento nell’arredamento da quasi 60 anni, è oggi una delle realtà imprenditoriali italiane più attive, con un fatturato in crescita e un piano di sviluppo che per il 2016 prevede l’entrata in nuovi settori. Oltre ai sistemi componibili per le camerette di bambini e ragazzi, core business primario, Doimo Cityline oggi si rivolge infatti ad un consumatore sempre più ampio, proponendo soluzioni modulari e personalizzabili che rispondono ad ogni esigenza dell’abitare – dalla prima infanzia alla zona giorno e zona notte, dall’ufficio fino alla nuovissima collezione di porte, che introduce l’azienda nel settore della progettazione degli interni. Il nuovo presidente e amministratore delegato, Laura Doimo, subentrata alla sorella Olieve Doimo, racconta come l’azienda intende affrontare le sfide del prossimo futuro. «Uno dei principali obiettivi è la razionalizzazione della rete di distributori sia in Italia sia  all’estero, con una maggiore presenza aziendale all’interno dei punti vendita attraverso la realizzazione di layout personalizzati e coerenti con l’identità Doimo Cityline. Stiamo inoltre puntando sempre di più sul web con progetti specifici, sia per rafforzare la visibilità del brand, sia per offrire ai consumatori informazioni e contenuti sempre aggiornati e facilmente accessibili». Gli obiettivi di crescita sono  precisi: «Crediamo che ci siano grandi possibilità di crescita in Italia. In termini di fatturato, il 2015 è stato chiuso con un incremento del 21% rispetto al 2014 e con 101 dipendenti complessivi con contratto a tempo indeterminato. Questo conferma pienamente quanto il valore del “Made in Italy” possa ancora fare la differenza, tanto che per il 2016 abbiamo messo in previsione una crescita del 26%. C’è poi tutto il mercato estero ancora da conquistare, per il quale ci stiamo preparando con grande impegno in modo da poterlo affrontare con la serenità e serietà che da sempre ci contraddistinguono».